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guccini

“Vorrei fare una distinzione fra sviluppo e progresso”. L’ incipit di una celeberrima affermazione di Pasolini sembra strano, quasi eretico in onore del poeta friulano, come incipit di questa riflessione zibaldonesca sulla figura di Francesco Guccini. Passi la mia conoscenza diretta ancorché superficiale, del personaggio, passi per motivi di spazio e di, alla fin fine, inessenzialità, una assenza critica della sua opera musicale o letteraria con i crismi del rigore critico o filologico.
Una riflessione sparsa quindi. Perché Pasolini ? perché se proprio si deve trovare un fil rouge lo si può individuare per Guccini nella distinzione, netta teoricamente ma irrisolta culturalmente e quindi socialmente in cui si muove l opera del cantautore emiliano toscano. per più motivi. Innanzitutto per una cultura “alta” messa in forma di canzone, questa forma considerata minore ma non successiva (si pensi alla cultura classica o alla poesia orale medioevale, da lui sintetizzata nel definirsi un cantastorie, figlio di quei “saggi ignoranti di montagna” che veicolavano nel profondo l’ oralità) rispetto alla poesia. Si pensi al retroterra sociale di questo: figlio di un progresso sociale (o sviluppo?) tipico del dopoguerra, ma con un imprinting legato alla società pre-industriale resistente, che ne determina a mio avviso anche la scelta più anarchica che organica ad una parte politica dove il dibattito sullo sviluppismo era tutt’altro che risolto. La montagna e la ruralità come forme di residenza al genocidio delle culture. Qui si, al fondo, in linea con una scelta di campo. E poi insegnante, con la scuola e gli studi possibili appunto in un periodo di sviluppo, che poi ne fece appunto un critico, come tutta la schiera del cantautorato degli anni settanta. E rispetto al quale sconta anche il nostro – ma forse più di altri, così come mi verrebbe da pensare, De André ‘ – una superficiale incasellatura politicizzata che mette in ombra lo scandaglio della psicologia umana e di topos universali che ha rappresentato la parte forse migliore e senza dubbio più autentica della sua opera.
Da “radici” a “croniche epifaniche” sempre li stiamo. Perché se sono cambiati i tempi non si raggiunge oggi più una simile profondità, o se lo si riesce a fare questa non emerge? sono i rapporti di forza sociali e culturali a produrre ciò? Al fondo può ancora esistere una cultura diffusa che produce sentire comune anche attraverso il riconoscersi in tante e tanti nelle sue menti migliori? se non per cambiarlo, almeno per comprenderlo questo mondo (“ho visto le menti migliori della mia generazione…diceva Allen Ginsberg col suo “urlo” e un po’ Guccini in “Dio è morto”) dove forse l’orizzonte manca perché tutto, anche la spasmodica ricerca di identità è tutta in verticale, comunemente accettata come gerarchica: shomer ma mi llailah, cioè Sentinella quanto resta della notte? Anche se, per l universalità dei temi io fra tutta la produzione musicale di Guccini apprezzo su tutte la Canzone della Bambina portoghese, l’ immensità e la nostra piccolezza (in tutti i sensi) del sublime. Che forse chi veniva da una guerra, come Guccini, aveva compreso un po’ meglio, e se ne va proprio ora che sembriamo tornare in un clima che ne può produrre un altra, molte altre, un nuovo ordine terrificante. Ma tutto scorre, e in fondo “siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”. Tanto più in montagna, dove siamo sempre un po’ di più a contatto o ai confini del sacro. Anche, o meno, laicamente inteso. Cosa che Guccini aveva pienamente compreso. Così come, con le dovute differenze, Pasolini.

Leonardo Becheri

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