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“Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”

milanopalestina

Così inizia un articolo scritto dai compagni del CSA Vittoria di Milano nell’annunciare una prossima manifestazione, a Milano, a sostegno dei prigionieri politici palestinesi detenuti nel nostro Paese. Al di la dello scendere in Piazza sabato 4 luglio a Milano, eravamo interessati da riportare l’articolo con il quale i compagni presentano la manifestazione ma, più in generale, la condizione di chi lotta e la feroce quanto cinica compartecipazione al genocidio da parte di tante, troppo nazione se-dicenti democratiche. Il testo costituisce una base per alcune riflessioni di natura politica che riteniamo necessarie da compiere. Buona lettura

Incominciamo con le parole della grandissima scrittrice palestinese Susan Abulhawa:   

“Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”

In queste parole chiunque può leggere la tragedia del popolo palestinese. La tragedia di chi è sottoposto da almeno 80 anni a una feroce pulizia etnica, a una discriminazione razzista su base etnico religiosa, a un colonialismo di insediamento che si è tradotto in un genocidio conclamato contro chi non appartiene alle schiere del “popolo eletto” diventato entità fondamentalista e coloniale sionista sotto il nome autoproclamato di “Stato Ebraico”. In queste parole possiamo leggere la frattura insanabile che si è aperta tra chi ha deciso per scelta politica antimperialista e anticolonialista, o per semplice umanità ed empatia, di stare con il popolo palestinese e chi difende imperialismo e sionismo trovandogli di volta in volta giustificazioni diverse, il diritto alla difesa, la difesa dei supposti “valori occidentali”, la difesa dell’ebraismo nella sua veste fondamentalista di suprematismo religioso, il tutto fondato su un’arabofobia e un’islamofobia e un razzismo che ricordano esattamente il nazismo come ideologia oppressiva e genocida. 

In queste semplici parole possiamo cogliere e comprendere la cinica disumanità di un racconto che descrive il popolo palestinese come terrorista in quanto tale e in quanto tale va rimosso dalla storia, il popolo libanese come aggressore, rimuovendo e cancellando l’oggettività della storia di un’occupazione e le cause profonde della ribellione palestinese. In questo “rimosso”, anzi cancellato da chi pensa di imporre e dettare la storia, c’è tutta l’oggettività incancellabile dell’ occupazione sionista e il colonialismo di insediamento che non solo si appropria violentemente delle risorse sfruttando il lavoro del popolo occupato (come nel colonialismo “storico” per come l’abbiamo conosciuto e imposto) ma si arroga violentemente il diritto, almeno dal 1948, di rubare giorno dopo giorno la terra e la vita del popolo palestinese scacciandolo definitivamente dalle loro case consegnandolo a una vita di profughi.

Nessuno dice, nessuno alza la voce, nessuno denuncia che i profughi palestinesi sono diventati quasi 7 milioni. 7 milioni di donne e uomini di cui il “democratico occidente” non ha memoria e anzi considerati fonte di problemi per gli stati che li “ospitano”. Ma passiamo all’altra faccia dell’occupazione e del genocidio a Gaza in Cisgiordania e in Libano e parliamo dei prigionieri palestinesi. Stiamo parlando di più di 9.000 uomini donne e bambini rinchiusi in veri lager nazisti, sottoposti a torture, abusati sessualmente e devastati come persone da un trattamento carcerario mirato all’azzeramento della loro identità. Assassinati (non morti “accidentalmente”) da fame e privazioni, da malattie e da infezioni non curate di ferite inflitte gratuitamente dagli aguzzini nazisti dell’ IDF. 

Tutto questo sotto l’occhio compiaciuto del governo e della “società civile” sionista che impara fin dall’asilo che i palestinesi sono un nemico in quanto tale, non un nemico politico ma in quanto donne e uomini palestinesi, al di là di ogni loro ragione o diritto. È di questi giorni la denuncia ufficiale che i cecchini dell’IDF abbiano come obiettivo prioritario dei loro proiettili le bambine e i bambini palestinesi con l’intento esplicito di sfoltire il popolo palestinese, di evitarne la riproduzione e questo illustra meglio di ogni ragionamento accorato l’essenza del sionismo. Tornando alla frase in neretto di Susan Abulhawa, come è possibile non dire, non affermare e non urlare nelle orecchie di chi non vuole sentire che questa scelta di azzeramento del popolo palestinese sia umanamente e storicamente equiparabile all’olocausto ebraico? Come è possibile non vedere e non comprendere che l’effige nazista della croce uncinata sia sovrapponibile alla bandiera sionista? Non c’è più spazio per la comprensione, non ci sono giustificazioni di sorta ma anzi e proprio nel ricordo della portata storica della tragedia dell’olocausto noi possiamo affermare che oggi il nazismo è rinato in Palestina con gli abiti di chi quell’immane abisso di disumanità ha subito. 

Esiste oggettivamente un humus sub-culturale e ideologico, un filo nero che unisce nazismo e sionismo sulla base del suprematismo bianco e di carattere etnico/religioso. Ma questo filo nero è anche parte della storia e avvolge le radici di Fratelli d’Italia, della Lega e del “nuovo/vecchio” fascismo che avanza con Vannacci. Sostituzione etnica, remigrazione, prima gli italiani, DIO PATRIA E FAMIGLIA, non sono altro che orribili, pericolose e strumentali parole d’ordine che arrivano dalla storia passata del fascismo e del nazismo da studiare e comprendere fenomeni isolati come forma più violenta e feroce del dominio di una classe sulle altre. Edè questo, la sua continuità storica, le sue “nuove forme” di comando e la sua esigenza di riproduzione e accumulazione del profitto che dobbiamo combattere senza fermarci agli aspetti persino caricaturali di questi personaggi.

In questo momento abbiamo però dei nostri compagni e fratelli nella lotta che sono incarcerati. Conosciamo la loro sofferenza ma anche il loro altruismo e la loro incrollabile determinazione. Siamo davanti al volto feroce della repressione dei complici e alleati del sionismo. Il governo Meloni si è fatto carico e interprete delle esigenze dell’entità coloniale sionista Israele in base alle quali la solidarietà va azzittita e incarcerata. Uomini, compagni, fratelli, padri, fratelli e figli del popolo palestinese sono arbitrariamente detenuti nelle carceri italiane. Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly, Ryiad Albustanji, Anan Yaeesh, Ahmad Salem sono COLPEVOLI DI PALESTINA. “Colpevoli” di essere solidali e resistenti, “colpevoli” di non aver mai fatto abiura della solidarietà che ha sfamato famiglie e orfani a Gaza e in Cisgiordania, colpevoli di avere la schiena orgogliosamente dritta davanti all’occupazione e alla violenza sionista. Dobbiamo essere riconoscenti nei loro confronti, dobbiamo dichiarare pubblicamente che se loro sono colpevoli di solidarietà lo siamo tutte e tutti noi, Dobbiamo sostenere con ogni sforzo la campagna per la loro liberazione, dobbiamo essere pronti e disponibili per i presidi che verranno chiamati davanti alle carceri italiane dove sono rinchiusi. 

Con loro, per loro e per la Palestina libera dal fiume al mare!


IMPERIALISMO E COLONIALISMO non sono la stessa cosa!

Approfittando di questo appello per sabato prossimo in solidarietà ai prigionieri palestinesi sentiamo l’esigenza di porre l’attenzione sulla definizione di imperialismo per provare a riportare, sul terreno di un più corretto approccio dialettico alla fase, un possibile ragionamento e confronto collettivo. Non lo facciamo per amore della “purezza ideologica marxista” ma perché se tutte e tutti noi non “centriamo” analiticamente e strutturalmente la fase, non potremo essere in grado di comprendere a fondo e correttamente tutte le sue variabili.  La protesta e la denuncia sono necessarie ma dobbiamo porci tutte e tutti il problema di passare alla costruzione di un’alternativa di sistema a partire dalla condivisione delle fondamenta dell’analisi sulla fase. Per non “girare a vuoto” come ci sembra di fare nell’ultimo periodo. Stiamo lavorando a un nostro contributo che pubblicheremo ai primi di settembre che proverà a essere una fotografia aggiornata dello scontro tra imperialismi e delle sue ricadute sulle condizioni di vita per miliardi di proletarie e proletari in tutto il pianeta e sulla sopravvivenza del pianeta stesso, ma ci permettiamo ora di proporre una breve sintesi preliminare e conoscitiva speriamo utile a chi leggerà queste righe.

quale delle 2 vi piace di più??

Leggiamo e sentiamo sempre più spesso utilizzare il termine IMPERIALISMO in maniera distorta. Come se l’imperialismo fosse un aggettivo peggiorativo“, come se la definizione di imperialista fosse l’attribuzione di una maggiore carica di aggressività dei diversi capitalismi nazionali, come se l’imperialismo fosse un sinonimo di colonialismo e viceversa e ci sia un’equivalenza tra i due termini. Parlare di Imperialismo e di politiche coloniali o neocoloniali non è parlare della stessa cosa. (Un piccolo esempio è il colonialismo fascista fino a metà del ‘900 che di imperialista aveva ben poca connotazione). 

Non diciamo nulla di nuovo ma forse serve ripeterlo in poche parole correndo forse il rischio di banalizzare l’analisi: l‘imperialismo è una categoria economico/politica/sociale, è l’espressione che identifica una fase del capitalismo “avanzato” in relazione allo sviluppo del modo di produzione raggiunto che si definisce con la tendenza alla costruzione di grandi monopoli dove si concentrano le diverse tipologie di capitale.

In questa fase “suprema” di sviluppo del capitalismo si concentrano, si mischiano e si sovrappongono (in estrema sintesi) il capitale finanziario e speculativo e il capitale produttivo e industriale (che è l’unica fonte organica di plusvalore) sempre meno egemone dopo la crisi del fordismo e della produzione in scala (produci, immagazzina e vendi senza interruzione) a causa della crisi di sovrapproduzione di beni materiali per il consumo di massa, nonché di sovraccumulazione di capitali di difficile valorizzazione. È, ad esempio, organica a questo processo, la formazione di grandi fondi d’investimento transnazionali che investono con espressa volontà speculativa e che decidono le sorti di interi popoli.

Per chiudere questa nota di brevissimo approfondimento proviamo a sintetizzarne alcuni punti: concentrazione della produzione e del capitale – fusione del capitale bancario e industriale (e creazione di un capitale finanziario, che alimentato dalla crisi della produzione, tende ad ingrossarsi sempre più) – l’incremento dell’esportazione dei capitali rispetto all’esportazione delle merci (che determina una forma vera e propria di “parassitismo” in quanto vi è un consumo e una importazione maggiore di merci rispetto a quanto prodotto anche per la delocalizzazione delle industrie ove lo sfruttamento è più elevato) – formazione di gruppi monopolistici internazionali prodotti dallo sviluppo di nuove tecnologie informatiche (che controllando la formazione del consenso spingono anche verso soluzioni autoritarie della forma stato) – ripartizione in zone d’influenza per il controllo dell’accesso e dello sfruttamento delle risorse energetiche (petrolio, gas, acqua, terre rare) e dei mercati. Tutto ciò alimenta la tendenza alla guerra e alle crisi.

Ovviamente ci sarebbe molto più da dire e da approfondire perché questi grandi e strutturali processi di trasformazione economica si riflettono sui meccanismi di riproduzione delle sovrastrutture del potere (governi, “cultura”, ideologie, populismo sovranista) delle classi al comando tracciando una direzione sempre più autoritaria e repressiva da una parte ma aprendo nuovi fronti di contraddizione dall’altra. Il capitalismo nella sua corsa alla sopravvivenza ha bisogno dell’innovazione tecnologica ma, ad esempio, la scoperta e l’implemento nell’utilizzo della IA apre un baratro nel rapporto tra società capitalistica e natura con la crescita esponenziale di consumo energetico e di acqua e con la devastazione dei territori per l’insediamento dei mega data center in tutto il pianeta.  Di tutto questo noi tutte e tutti dobbiamo tenere conto per assumerci la responsabilità e fare la nostra parte di lotta di classe mai dimenticando il rumore di fondo della guerra e sottolineando sempre come la crisi economica globale abbia ristretto la torta del profitto e come questa abbia prodotto un aumento esponenziale della concorrenza sul piano internazionale e una tendenza alla guerra e alla devastazione e allo sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta con il riscaldamento globale e l’emersione di sindemie di cui tutte e tutti noi stiamo pagando le conseguenze.

Non è certamente questo il momento, in questo appello, di affrontare e porci la domanda su quali siano gli stati capitalistici che abbiano raggiunto questa fase, se la Russia sia compiutamente o meno un paese imperialista o se il suo sia un “imperialismo energetico o militare”, se lo sia l’India forte del suo PIL 6,5% e del numero di abitanti (1.470.000) con la possibilità di un enorme sviluppo del consumo interno, se la Cina nella sua forma anomala di “capitalismo di stato” lo sia anch’essa in maniera complessiva,  ma ci interessava porre un ragionamento sulle tendenze per non sbagliare a comprendere più compiutamente la fase. Speriamo di essere stati comunque utili.

CONTRO IMPERIALISMO E SIONISMO

CONTRO IL GOVERNO MELONI, GOVERNO DEI PADRONI COMPLICE DEL GENOCIDIO PALESTINESE

Per il diritto all’esistenza, alla Resistenza, al ritorno dei profughi, a un libero percorso per l’Autodeterminazione del popolo palestinese.

LIBERI SUBITO Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly, Ryiad Albustanji, Anan Yaeesh, Ahmad Salem 

Per l’ingresso immediato di aiuti alimentari e di supporto sanitario alla popolazione di Gaza

Fuori i sionisti dalla Palestina

Con la Palestina nel cuore!

Continua la campagna di sottoscrizione per l’Associazione Ghassan Kanafani che gestiva l’Asilo Vittorio Arrigoni a Gaza purtroppo distrutto e che ora lavora per il sostegno alle famiglie. Per informazioni e versamenti: ricostruiamoasilovik.it

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