Ossicombustore di Peccioli: denaro pubblico per lucrare sui rifiuti?
L’ossicombustione è una tecnica di combustione di un carburante tramite l’utilizzo di ossigeno puro, questo consente di ottenere temperature maggiori, un minor utilizzo di carburante e una maggior concentrazione di CO2 (NdR).
Ossicombustore di Peccioli: RetiAmbiente tradisce la propria missione pubblica
La vicenda dell’ossicombustore di Peccioli rappresenta una scelta politica sbagliata che chiama direttamente in causa le responsabilità di RetiAmbiente e dei sindaci che ne governano gli indirizzi.
Una società interamente pubblica, nata per garantire un servizio essenziale ai cittadini e per accompagnare la transizione verso l’economia circolare, rischia oggi di diventare il principale sponsor di un impianto che lega il futuro della Toscana alla combustione dei rifiuti.
È una contraddizione evidente.
Mentre l’Unione Europea indica come priorità la riduzione dei rifiuti, il riuso e il recupero di materia, RetiAmbiente sceglie di sostenere un modello che necessita di grandi quantità di rifiuti per funzionare e per giustificare gli enormi investimenti economici previsti.
La domanda che poniamo è semplice: una società pubblica deve lavorare per ridurre il rifiuto residuo o per garantire che ce ne sia abbastanza da alimentare nuovi impianti?
Ancora più grave è il messaggio che viene inviato ai cittadini della Valdera. Dopo decenni di discariche, impianti e servitù ambientali, dopo vicende inquietanti come il caso Keu e il devastante incendio dell’impianto di Vicopisano, invece di alleggerire la pressione su un territorio già fortemente compromesso si sceglie di aggiungere un nuovo carico ambientale.
Ancora una volta si chiede agli stessi territori di pagare il prezzo delle scelte compiute altrove.
RetiAmbiente avrebbe dovuto essere il soggetto capace di promuovere una strategia diversa, fondata sulla riduzione dei rifiuti, sulla tariffazione puntuale, sul riuso, sul riciclo e sul recupero di materia. Invece sembra aver rinunciato a questa funzione, assumendo il ruolo di garante istituzionale di un progetto industriale che rischia di condizionare per decenni le politiche regionali sui rifiuti.
Qui emerge il nodo politico più grave: il rischio della socializzazione dei costi e della privatizzazione dei benefici.
Se l’impianto verrà realizzato, i costi ambientali ricadranno sul territorio che lo ospita. I costi economici potranno ricadere sui cittadini attraverso le tariffe. I rischi legati al sovradimensionamento, alla necessità di garantire flussi costanti di rifiuti e alla gestione futura dell’impianto finiranno inevitabilmente dentro il sistema pubblico.
I benefici, invece, rischiano di concentrarsi su pochi soggetti industriali e societari: chi realizza l’impianto, chi detiene la tecnologia, chi gestisce i conferimenti, chi trae profitto dalla vendita dei servizi e dell’energia prodotta.
Questo è inaccettabile.
Una società pubblica non può diventare lo strumento attraverso cui si scaricano sui cittadini e sui territori i rischi di un’operazione industriale, lasciando ad altri la parte più remunerativa dell’affare. Se RetiAmbiente entra in questa partita, deve spiegare con chiarezza chi paga, chi guadagna e chi sopporta gli impatti.
Ci chiediamo se siano stati realmente valutati scenari alternativi e se sia stata svolta un’analisi indipendente dei fabbisogni futuri. Oppure se si stia semplicemente costruendo un impianto che, una volta realizzato, avrà bisogno di essere alimentato a prescindere dall’andamento della raccolta differenziata e dalle politiche di riduzione dei rifiuti.
Come Rifondazione Comunista riteniamo che la gestione dei rifiuti debba essere pubblica, partecipata e orientata all’interesse collettivo. Proprio per questo non possiamo accettare che una società pubblica utilizzi il proprio peso istituzionale per sostenere un progetto che rischia di perpetuare un modello superato e ambientalmente insostenibile.
La vera economia circolare non consiste nel trovare nuovi modi per bruciare i rifiuti. Consiste nel fare in modo che quei rifiuti vengano progressivamente ridotti, recuperati e trasformati in risorsa.
Per questo chiediamo che il progetto dell’ossicombustore venga sottoposto a un confronto pubblico reale, trasparente e partecipato, e che RetiAmbiente torni a svolgere il ruolo per cui è stata creata: difendere l’interesse dei cittadini e dei territori, non quello delle grandi infrastrutture industriali.
Troviamo poi assolutamente schizofrenica la posizione del centrosinistra che cambia la valutazione politica sul piano industriale e quindi sulla politica regionale sui rifiuti da comune a comune. Dimostrando di non avere posizioni omogenee né a livello regionale né a livello delle province interne a Retiambiente.
La politica regionale sui rifiuti come quella sulla sanità sono le questioni concrete sulle quali mostrare nei fatti dichiarate discontinuità.
La Toscana non ha bisogno di nuove servitù ambientali. Ha bisogno di una politica dei rifiuti fondata sulla giustizia ambientale, sulla prevenzione e sulla partecipazione democratica delle comunità locali.
Rifondazione Comunista segreteria regionale
Rifondazione Comunista Circolo Pontedera
Rifondazione Comunista Casciana Termi-Lari