Bianchi, violenti, puritani e criminali: attraverso una condanna a morte la radiografia degli USA.
Avremmo voluto scrivere un testo per rendere giustizia di quella tragica storia della esecuzione, fallita, di Christa Pike, 50-enne del Tennessee finita da trent’anni nel braccio della morte. Il braccio della morte: quel luogo che non ha tempo, dove sei portato per giocare una micidiale roulette russa non con un’arma ma con il cinismo della legge. Lì sei tradotto e ogni giorno, senza che tu ne abbia un preavviso, è quello buono per finire al patibolo. Bombe intelligenti, guerra umanitaria, danni collaterali (uccidere civili), iniezione letale indolore, dolce, che ti traghetta con democratica freddezza nelle braccia della Morte: gli ipocriti ossimori dell’inciviltà anglosassone.
Quindi la “giustizia” a stelle e strisce agisce e colpisce. Ma l’umanitaria puntura di pentobarbital più che atroci sofferenze non riesce a produrre altro. Neanche in dose ripetuta.
Cosa faranno i giudici, adesso? Si vergogneranno e accetteranno che, scontata di fatto la pena, la condannata sia libera, oppure sceglieranno di dimostrare alle loro coscienze, agli elettori americani ed ai mostri di tutto il mondo che si fermeranno solo a “giustizia fatta”?
Intanto è stata fatta ingiustizia. Un’ingiustizia lunga quasi 50 anni, l’età di Pike. Lunga quanto la sua vita in quanto già all’età di tre anni subii la prima di una serie di violenze sessuali che hanno segnato a fuoco la sua psiche e che non possono essere estranee ai fatti, allucinanti e delittuosi, che la portarono a compiere il crimine per il quale è finita nel terrificante braccio. Riportiamo, qui a seguire, ampi stralci della vita di Christa Pike, che abbiamo trovato nel fare delle nostre ricerche. Risulterà palese, a chi legga, quanto i veri mostri, a volte, vestano di ermellino e non un pigiama a righe. Mai capiremo come si possa, conoscendo i fatti di quella persona, emettere una sentenza che sia già incivile di suo, ma che, nel caso specifico, suona proprio come un macabro ritornello da film trash del terrore: prima ti stupro, poi ti stupro, poi di stupro e, quando sarai scoppiata, poi ti ucciderò; con le mie mani, anzi, con la mia siringa.
tratto da agi.it
…. Ma allora chi è Christa Pike? È una dei “peggiori tra i peggiori”, un’assassina a sangue freddo il cui crimine “è stato così atroce che persino tenerla rinchiusa fino alla morte per cause naturali sarebbe una pena troppo clemente” come ha stabilito lo Stato del Tennessee nella sentenza di condanna alla pena capitale? O una vittima di atroci e ripetuti abusi, bipolare al punto di essere inconsapevole delle proprie azioni, come sostiene chi si è mobilitato perché non venisse giustiziata?
Il delitto del 1995 al campus del Tennessee
Christa Pike è accusata di aver partecipato all’assassinio di una ragazza che, a suo dire, voleva rubarle il fidanzato e di averlo fatto con particolare brutalità e malvagità, tanto da aver voluto conservare un pezzo del cranio della vittima. Le sue ultime immagini in pubblico risalgono al 30 marzo del 1996: una giovane donna con i capelli ramati raccolti da un elastico bianco che piange sommessamente mentre un giudice donna legge la sua condanna a morte. In quelle immagini, Christa Pike aveva appena compiuto 20 anni e avrebbe vissuto i successivi 30 in isolamento. Ne aveva 18 la notte del 12 gennaio 1995, quando lei e il suo allora fidanzato, Tadaryl Shipp, picchiarono brutalmente e uccisero una loro conoscente, la diciannovenne Colleen Slemmer, nel campus dell’Università del Tennessee.
Nelle 226 pagine dell’ultimo appello presentato dagli avvocati di Pike la sua storia viene presentata da una prospettiva diversa. Shipp, complice di Pike, era affascinato dall’immaginario satanico. Fu lui a incidere un pentagramma sul petto della vittima, scatenando la frenesia dei media locali. Ma poiché all’epoca aveva 17 anni, la legge del Tennessee ne impediva l’esecuzione: oggi sta scontando l’ergastolo e nell’ottobre 2025 ha affrontato la sua prima udienza per la libertà condizionale, respinta. Se Pike fosse stata più giovane di 10 mesi, anche lei sarebbe stata legalmente protetta dall’esecuzione.
Christa Pike, storia di una condannata a morte
Abusata a due anni dal compagno alcolista della nonna paterna che approfittava del momento in cui mandava la donna a comprargli da bere per violentare la bambina. Gli abusi finirono per emergere alla scuola elementare. In quello che oggi appare come un grido d’aiuto, durante una lezione di disegno raffigurò un grande pene e il volto di un demone. Se era stato un grido d’aiuto, non funzionò: l’insegnante la strappò dal banco e la portò nell’ufficio del preside, dove furono convocati i genitori, ma non venne mai condotta alcuna indagine. A 11 anni Pike fu violentata fuori dalla sua abitazione da un vicino di 37 anni, Claude Davis, che viveva in una roulotte poco più avanti lungo la strada ed era ben noto nella zona come pedofilo. Pike raccontò l’aggressione alla madre, ma non fu creduta. I servizi di protezione dell’infanzia intervennero soltanto dopo che Pike sviluppò un’infezione in seguito alla violenza. Davis fu arrestato e si dichiarò colpevole di essersi preso “libertà immorali, improprie e indecenti” con una bambina. Ricevette una pena sospesa e gli fu permesso di tornare nella sua roulotte, a pochi minuti a piedi dalla casa di Pike.
Nel gennaio 1994, quasi esattamente un anno prima che lei e Shipp commettessero l’omicidio, Pike, che aveva 17 anni, fu aggredita da uno sconosciuto. L’uomo la afferrò mentre stava andando a piedi verso un negozio, la trascinò nel bosco e la violentò al buio. Lei reagì con forza, colpendolo alla testa con una pietra, e riuscì a fuggire. In ospedale fu effettuato un esame per raccogliere le prove dello stupro, ma l’uomo non fu mai identificato. Tutti gli stupri – quello subito nella prima infanzia, quello a 11 anni e quello a 17 – erano noti alle autorità, negli ultimi due casi anche alle forze dell’ordine. Il che rende ancora più difficile comprendere perché sia stato fatto così poco per aiutarla, si legge nella valutazione forense eseguita su Pike da uno psicologo.
Le lacune della difesa durante il processo del 1996
Nell’arringa conclusiva, la difesa non fece alcun riferimento alla giovane età di Pike, nonostante la legge del Tennessee la riconoscesse come circostanza attenuante, né menzionò l’assenza di precedenti penali significativi e gli stupri subiti. La giuria non venne neppure informata degli anni di abusi fisici e trascuratezza durante i quali la prozia Norma costringeva Pike a rimanere seduta per ore in una vasca piena d’acqua fredda, uno dei suoi cinque patrigni la picchiava con una frusta di cuoio e, prima ancora che diventasse adolescente, veniva esposta per ore alla pornografia. La giuria non seppe mai che da bambina aveva tentato il suicidio almeno tre volte, la prima a 12 anni. Quando la condannarono a morte, i giurati non sapevano che all’inizio dell’adolescenza aveva sviluppato un disturbo bipolare, una condizione che periodicamente esplodeva in episodi di comportamento iperattivo e maniacale che avrebbero potuto contribuire a spiegare la sua esplosione di violenza nell’omicidio di Slemmer, condizione che fu diagnosticata soltanto anni dopo il processo.
Il cortocircuito legislativo della pena di morte in Tennessee
Nel maggio 2024 il governatore del Tennessee ha promulgato una legge che ha esteso la pena di morte a chi violenta un bambino. La misura era palesemente incostituzionale: da tempo la Corte suprema degli Stati Uniti vieta le esecuzioni per reati nei quali nessuno viene ucciso, ma trasmetteva un messaggio forte. Durante il dibattito sulla legge, i parlamentari sostennero che gli stupratori di bambini meritano la pena estrema perché il danno che infliggono alle giovani vittime “ha un impatto psicologico, emotivo e talvolta fisico permanente sul bambino”. Ora il Tennessee ha cercato di uccidere una vittima di molteplici stupri subiti da bambina.