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Quale direzione per la nostra scuola: azienda o presidio culturale sociale e democratico?

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Il pugno di ferro utilizzato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito in questi giorni ha scosso il mondo politico, sindacale e scolastico nazionale, in particolare quello delle quattro regioni commissariate dal Ministro Valditara per inadempienza rispetto all’applicazione del piano nazionale di dimensionamento scolastico.

Razionalizzazione ed efficientamento, rispetto del PNRR, queste sono le parole d’ordine che arrivano dal Ministero, a ricordarci che la Scuola non è più un pilastro sociale ma una grande azienda, in cui studenti, lavoratori e lavoratrici sono numeri. Il dimensionamento scolastico, quindi l’accorpamento o la soppressione di istituti scolastici per motivi organizzativi e di bilancio, presentato come una necessità tecnica per ottimizzare risorse, in realtà nasconde una visione riduttiva e aziendalistica della scuola pubblica. Applicare criteri di tipo aziendale alla scuola pubblica, come il numero minimo di alunni per mantenere un’autonomia significa snaturare la missione educativa dell’istituzione scolastica. La scuola non è un’azienda, è un presidio culturale, sociale e democratico. La sua funzione non può essere valutata in termini di costi e numeri. Accorpare più Istituzioni scolastiche sotto un’unica dirigenza significa aumentare il carico amministrativo per il personale riducendo tempo ed energie da dedicare alla didattica e alla progettazione educativa. Le scuole diventano “macro-istituti” ingestibili, dove il rapporto umano tra docenti, studenti e famiglie diventa sempre più debole o scompare totalmente.

L’articolo 34 della Costituzione italiana sancisce il diritto all’istruzione per tutti. Il dimensionamento, invece, rischia di trasformare l’accesso alla scuola in un privilegio geografico, penalizzando chi vive lontano dai centri urbani. È una forma di disuguaglianza territoriale mascherata da efficienza.

Il dimensionamento scolastico, non è una soluzione ma un problema. Serve una visione politica che metta al centro la scuola come bene comune, non come voce di spesa da tagliare. La vera efficienza si misura nella capacità di garantire pari opportunità educative,

Al contrario la mannaia del dimensionamento ha continuato e continua ad abbattersi minando l’autonomia dei territori e con essa l’universalità del diritto all’istruzione.

Sarebbe semplice attribuire alla destra la responsabilità di una svolta in chiave liberista della Scuola ma non possiamo certo dimenticare origini e percorso della stessa.

Non possiamo dimenticare che a dare il via a quello sciagurato processo di razionalizzazione delle Istituzioni Scolastiche è stata la legge Bassanini alla quale ha dato seguito il DPR 275/99, emanato dal Ministro Luigi Berlinguer, che ha conferito alle scuole “autonomia didattica, organizzativa e di ricerca, superando il centralismo ministeriale per adattare l’offerta formativa alle esigenze locali”. Se questo era l’intento, di certo non è stato raggiunto. Le esigenze e le istanze locali sono state disattese e le politiche di razionalizzazione hanno inasprito le già presenti criticità specie in alcuni territori, pensiamo ad esempio all’altissimo tasso di dispersione scolastica in Sardegna, che supera il 20%.

L’allora Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer nel governo Prodi fu il pioniere del dimensionamento. L’avvicendamento di governi di centro destra e centrosinistra non ha certamente prodotto una discontinuità sul terreno dell’autonomia scolastica né, tantomeno, ha contrastato le politiche di drastica razionalizzazione degli Istituti scolastici.

La “Buona Scuola” del governo Renzi ha decisamente e ulteriormente spianato la strada al lavoro di smantellamento della Scuola Pubblica che, con il ministro Valditara ha raggiunto livelli inaccettabili.

Oggi, dopo il commissariamento delle quattro regioni: Sardegna, Umbria, Toscana e Emilia Romagna, si levano le voci indignate dei governatori. Pur ritenendo legittime e doverose le obiezioni fatte, non possiamo che rilevare e condannare l’azione politica portata avanti negli anni che di fatto hanno contribuito a snaturare e radere al suolo la Scuola Pubblica facendola sprofondare nelle logiche del mercato. A tal proposito, non possiamo che ricordare che il primo dimensionamento in Toscana risale al 1999 da parte di chi ha messo le basi per una scuola azienda, basata su logiche di risparmio e taglio dei beni comuni.

Tatiana Bertini, Segreteria PRC Toscana, Dip. politiche sociali,
Alidina Marchettini, Paola Serasini, Dipartimento delle politiche sociali

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