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Temperature record, tempeste, inondazioni: il riscaldamento globale spinge il pianeta sempre più verso un territorio inesplorato

Secondo i dati preliminari dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), la prima settimana di luglio è stata la più calda al mondo mai registrata da quando vengono rilevate le temperature globali con “impatti potenzialmente devastanti sugli ecosistemi e sull’ambiente”. A indicarlo almeno tre serie di dati, spiega l’OMM: quelli gestiti dall’Agenzia meteorologica giapponese (JMA), quelli raccolti dall’Università del Maine e quelli del servizio di monitoraggio climatico dell’Unione Europea, Copernicus. Con una temperatura media globale di 17,24°C, il 7 luglio è stato superato di 0,3°C il precedente record, raggiunto il 16 agosto 2016. Allora, come oggi, a influenzare le temperature globali c’era il fenomeno climatico El Niño. 

Già il mese di giugno era stato il mese più caldo mai registrato e questa settimana l’Italia potrebbe toccare livelli mai raggiunti in Europa, scrive il Guardian.

“Siamo in un territorio inesplorato e possiamo aspettarci che altri record cadano con l’ulteriore sviluppo di El Niño e che questi impatti si estendano fino al 2024”, ha dichiarato Christopher Hewitt, direttore dei servizi climatici dell’OMM. Intanto il 2023 si candida a essere l’anno più caldo di sempre.

Gli impatti del caldo record sono stati avvertiti in tutto il mondo. Dopo le ondate di calore in Cina e negli Stati Uniti e la siccità in Spagna, temperature superiori alla media sono state registrate in India, Iran e Canada, mentre il caldo estremo in Messico ha provocato più di 100 morti. La scorsa settimana ad Adrar, in Algeria, c’è stata la notte più calda di sempre in Africa, con le temperature che non sono scese sotto i 39,6°C. Nel frattempo la Nigeria si appresta ad affrontare un’altra serie di pericolose inondazioni, come riporta Vanguard.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha dichiarato che “la situazione a cui stiamo assistendo ora è la dimostrazione che il cambiamento climatico è fuori controllo”. Sia a maggio che a giugno sono state registrate temperature superficiali del mare record per il periodo dell’anno, spiega ancora Hewitt. Il problema è che “l’intero oceano sta diventando più caldo e assorbe energia che rimarrà lì per centinaia di anni”. “Se gli oceani si riscaldano in modo considerevole, come sta accadendo, ci sono effetti a catena sull’atmosfera, sui ghiacci marini e di tutto il mondo”, ha aggiunto Michael Sparrow, a capo del programma di ricerca sul clima mondiale presso l’OMM, che ha precisato: “El Niño non si è ancora messo in moto”.

Gran parte degli scienziati ha sottolineato, infatti, come dietro a queste temperature record, oltre al cambiamento climatico, possa esserci l’influenza di El Niño. El Niño è la fase calda di una fluttuazione naturale del sistema climatico terrestre (il cui nome completo è El Niño-Southern Oscillation, o ENSO) che normalmente dura un paio d’anni e che si aggiunge alla tendenza a lungo termine del riscaldamento globale causato dall’uomo. El Niño provoca fluttuazioni di anno in anno spostando il calore dentro e fuori dagli strati oceanici più profondi. Le temperature superficiali globali tendono a essere più fredde durante gli anni La Niña e più calde durante gli anni El Niño.

Lo scorso maggio, uno studio dell’OMM aveva concluso che nei prossimi cinque anni la Terra avrebbe sperimentato nuovi record di temperatura e probabilmente il riscaldamento globale avrebbe superato gli 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, una soglia oltre la quale potrebbero esserci conseguenze disastrose a catena per il pianeta potenzialmente irreversibili. Come, ad esempio, il crollo irreversibile della calotta glaciale dell’Antartide occidentale che potrebbe innescarsi una volta che il riscaldamento delle acque marine ne provocherà il ritiro nel profondo bacino sottomarino in cui si trova, portando a sua volta a un innalzamento fino a 3 metri del livello del mare. Il che potrebbe innescare altri effetti a catena, un ulteriore riscaldamento globale amplificando le emissioni di gas serra da fonti naturali, spiega in un articolo su The Conversation David Armstrong McKay, ricercatore in Sistemi di resilienza terresti alla Stockholm University. Tuttavia, aggiunge McKay, la maggior parte degli scienziati non si aspetta che il mondo raggiunga una serie di punti di svolta climatici se El Niño dovesse far superare brevemente gli 1,5°C.

Effetti più forti ci saranno quando El Niño impatterà già su temperature medie globali di 1,5°C superiori all’era pre-industriale. In quel caso, “un futuro forte El Niño che spinga temporaneamente la temperatura media mondiale a 1,7°C potrebbe far sì che alcune barriere coralline inizino a morire prima che arrivi una La Niña di raffreddamento”, spiega ancora McKay. “Per altri sistemi che rispondono più lentamente al riscaldamento, come le calotte glaciali, la successiva La Niña dovrebbe (temporaneamente) bilanciare le cose”.

L’aumento del riscaldamento globale dovuto alla continua combustione di combustibili fossili renderà più intensi anche i futuri eventi di El Niño. I modelli suggeriscono che questo potrebbe già accadere. Una motivazione in più, se ce ne fosse bisogno, per ridurre le emissioni di gas serra il più rapidamente possibile per limitarne i danni, conclude McKay.

Quanto sta accadendo era già ampiamente previsto dai modelli climatici. Il problema è che i modelli climatici ci dicono ora che il riscaldamento sta accelerando troppo senza una riduzione delle emissioni, spiega al New York Times Zeke Hausfather, scienziato del clima presso Berkeley Earth.

Oltre al cambiamento climatico e all’azione incipiente di El Niño, potrebbero esserci la convergenza di altri fattori dietro le temperature record globali, scrivono Brad Plumer e Elena Shao sul New York Times. L’Atlantico settentrionale ha registrato un caldo record dall’inizio di marzo, prima che iniziasse El Niño. Un fattore potrebbe essere un sistema di alta pressione subtropicale, noto come Alta delle Azzorre, che ha indebolito i venti che soffiano sull’oceano e limitato la quantità di polvere proveniente dal Sahara che normalmente aiuta a raffreddare l’oceano. Questi modelli meteorologici potrebbero cambiare nelle prossime settimane, ha dichiarato il dottor McNoldy dell’Università di Miami: “Ma anche in quel caso probabilmente passeremmo da temperature follemente da record a temperature estremamente da record”.

L’impennata del caldo ha portato alcuni meteorologi ad aspettarsi una stagione degli uragani atlantici superiore alla media, con circa 18 cicloni tropicali, un’inversione di tendenza rispetto alle precedenti previsioni che prefiguravano un anno più tranquillo del solito, proprio perché durante gli anni di El Niño ci sono meno uragani. Ma ciò potrebbe non verificarsi quest’anno a causa delle acque oceaniche insolitamente calde, che possono alimentare le tempeste.

Altri ricercatori hanno suggerito che i recenti sforzi per ripulire l’inquinamento da zolfo delle navi in tutto il mondo potrebbero aver spinto le temperature leggermente verso l’alto, dal momento che il biossido di zolfo tende a riflettere la luce solare e a raffreddare in qualche modo il pianeta. Tuttavia, l’impatto preciso è ancora oggetto di dibattito.

“In questo momento sembra esserci un’insolita convergenza di fattori di riscaldamento. E tutto questo sta accadendo in un mondo in cui abbiamo aumentato i gas serra negli ultimi 150 anni”, ha detto Gabriel Vecchi, scienziato del clima a Princeton.

Gli effetti delle ondate di calore

Le temperature più alte del normale causano anche problemi di salute che vanno dal colpo di calore alla disidratazione e allo stress cardiovascolare, patologie che, secondo gli esperti, diventeranno sempre più comuni con il maggiore impatto dei cambiamenti climatici. Una ricerca, pubblicata il 10 luglio su Nature Medicine, ha rilevato che durante l’estate record del 2022 in Europa più di 61.000 persone sono morte a causa del caldo: 18mila in Italia, con una media di 295 decessi ogni milione di abitanti (114 morti/milione di abitanti in Europa). La maggior parte dei decessi ha riguardato persone di età superiore agli 80 anni e circa il 63% di coloro che sono morti a causa del caldo erano donne.

L’Europa nella morsa dell’ondata di calore. Guterres (ONU): “Abbiamo una scelta. L’azione collettiva o il suicidio collettivo. È tutto nelle nostre mani”

Il colpo di calore è la malattia più grave legata al caldo e si verifica quando il corpo perde la capacità di sudare. Jon Femling, medico di medicina d’urgenza e scienziato dell’Università del New Mexico, ha spiegato che il corpo cerca di compensare pompando il sangue verso la pelle per rinfrescarsi. Più una persona respira, più perde liquidi, diventando sempre più disidratata. “Una delle prime cose che succede è che i muscoli iniziano a sentirsi stanchi perché il corpo inizia a perdere liquidi”, ha detto. “E poi si possono verificare danni agli organi, come il mancato funzionamento dei reni, della milza e del fegato”.

Lo stress del corpo può portare il cervello a non ricevere abbastanza sangue. Con l’esaurimento da calore, il corpo può anche diventare freddo e umido. Gli anziani, i bambini e le persone con problemi di salute potrebbero correre maggiori rischi quando le temperature sono elevate.

Inoltre nel round-up sulla crisi climatica di questa settimana:

L’importanza del voto del parlamento europeo sul ripristino della biodiversità

La legge per il ripristino della biodiversità è sopravvissuta al tentativo da parte dei partiti conservatori di affossarla. Il Parlamento Europeo in seduta plenaria era chiamato a votare su una delle questioni più importanti rispetto agli obiettivi di emissioni zero nette: la cosiddetta Nature Restoration Law, la proposta di legge sul ripristino della natura che impegna i governi europei a recuperare e risanare aree di territorio che soffrono di desertificazione, deforestazione e prosciugamento delle torbiere. Insieme all’azione sui pesticidi, il ripristino della natura costituisce il filone della biodiversità del Green Deal dell’Unione Europea. La creazione di ecosistemi sani è ritenuto indispensabile dagli scienziati, se si vogliono realmente ridurre le emissioni. 

L’obiettivo, che si vuole rendere giuridicamente vincolante, è ripristinare entro il 2030 almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Unione e il 15% della lunghezza dei fiumi entro il 2030, e realizzare elementi paesaggistici ad alta biodiversità su almeno il 10% della superficie agricola utilizzata. “L’adozione di misure per migliorare la biodiversità nei terreni agricoli ha impatti positivi diretti sulla produzione agricola: tra questi il miglioramento della qualità dei suoli, che garantisce il trattenimento dell’acqua che viene poi resa disponibile alle colture; o il ripristino di aree naturali, fondamentale per la salute delle popolazioni di impollinatori”, osserva Rudi Bressa su Domani.

La legge è passata con 336 voti a favore, 300 contrari e 13 astenuti. Poco prima, il Partito Popolare Europeo (PPE) aveva cercato di bocciare l’intera proposta di legge ma la mozione è stata respinta con uno scarto di appena 12 voti (e con 12 astenuti). Ora la legge verrà discussa in Commissione Ambiente del Parlamento Europeo e poi ci saranno i negoziati – anche questi difficili – con gli Stati membri.

Si tratta di un testo al ribasso sia rispetto alle proposte iniziale dell’Unione Europea, sia rispetto all’accordo raggiunto lo scorso dicembre alla COP sulla biodiversità che si è dato l’obiettivo di proteggere il 30% del pianeta e di ripristinare il 30% degli ecosistemi terrestri, acquatici interni, costieri e marini degradati del pianeta entro il 2030. 

COP15, accordo epocale per fermare la perdita di biodiversità entro il 2030. Ignorate le richieste degli Stati africani per un fondo per i paesi più vulnerabili

Ma si tratta comunque di una buona notizia perché un voto negativo avrebbe aperto varchi imprevisti che avrebbero potuto compromettere il Green Deal Europeo. Come per altri aspetti della transizione ecologica, i partiti di destra, sempre più dominanti in Europa, si sono organizzando per far naufragare questa proposta di legge. Tra questi, anche il governo italiano, che lo scorso 20 giugno nel Consiglio dell’Unione Europea, formato dai ministri (in questo caso dell’Ambiente) dei 27 Stati membri, aveva votato contro (insieme a  Finlandia, Paesi Bassi, Polonia, Svezia) l’orientamento generale della proposta di legge. 

Nella saldatura sempre più stretta con i partiti di estrema destra, al limite del negazionismo climatico, il Partito Popolare Europeo – che raggruppa i partiti di centrodestra – ha individuato nell’agenda climatica uno dei terreni di convergenza politica con preoccupanti ricadute sugli obiettivi dichiarati del green deal europeo, primo fra tutti  l’impegno vincolante a ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.

L’imbroglio dell’ecologia conservatrice, il pensiero verde della destra al potere

In Germania, i nazionalisti estremisti di Alternative für Deutschland crescono sempre di più dopo aver attaccato i piani del governo per la conversione degli impianti di riscaldamento domestici alle energie rinnovabili. E anche l’Unione cristiano-democratica di centrodestra inizia ad andare in questa direzione. In Spagna – dove le elezioni anticipate di questo mese potrebbero vedere l’estrema destra entrare al governo per la prima volta dal ritorno della democrazia – il sindaco conservatore della regione di Madrid ha accusato la sinistra di sopravvalutare la gravità della crisi climatica. Nei Paesi Bassi cresce il movimento contadino che si oppone ai tentativi di ridurre le emissioni di azoto derivanti dall’agricoltura intensiva. I partiti di centrodestra, per i quali le regioni agricole sono tradizionalmente roccaforti, si stanno affrettando a imbracciarne la causa.

Occorre uscire dalla morsa che oppone povertà e insicurezza energetica a transizione ecologica e crisi climatica, scrive il Guardian in un editoriale e fare della lotta al cambiamento climatico un retroterra comune… all’umanità. Occorre, dunque, tornare a fare del cambiamento climatico un tema condiviso: “Molto di più deve essere fatto per convincere le comunità meno abbienti e rurali che ci si prenderà cura di loro in un momento di difficile e inevitabile cambiamento (e sconvolgimento). È necessaria una rinnovata attenzione sui sussidi – ad esempio, per i proprietari di case che passano a forme di energia rinnovabile – e percorsi futuri praticabili per coloro che lavorano nelle industrie interessate dalla transizione energetica”. 

Ma, osserva ancora il Guardian, il piano di Bruxelles per un “fondo sociale per il clima” da 87 miliardi di euro, che dovrebbe essere introdotto gradualmente a partire dal 2026, non è neanche lontanamente sufficiente, data la portata e l’urgenza del compito.

Inoltre, secondo una recente osservazione della Corte dei Conti Europea (ECA), l’Unione Europea rischia di non riuscire a raggiungere i suoi obiettivi climatici perché i fondi investiti nella transizione ecologica potrebbero rivelarsi insufficienti. Nonostante l’UE abbia approvato una serie di misure di riduzione delle emissioni di CO2 e stanziato il 30% del budget 2021-2027 per la spesa relativa al clima – con un rendimento di circa 87 miliardi di euro all’anno – i revisori hanno affermato che potrebbe essere stata sopravvalutata la spesa destinata al clima da parte dei governi.

E non va meglio con il taglio delle emissioni. Secondo il rapporto dell’Osservatorio europeo della neutralità climatica, dal titolo “State of EU Progress to Climate Neutrality”, per quanto la maggior parte dei settori industriali stia andando nella direzione giusta, il ritmo complessivo della transizione energetica deve accelerare “in modo significativo” se vogliamo raggiungere le emissioni zero nette.

Gli scenari più bui prospettati dopo la pandemia e all’indomani dell’invasione russa in Ucraina si stanno concretizzando. Una nuova era di insicurezza economica e internazionale sta rendendo più impervia la strada verso una transizione ecologica e il contrasto al cambiamento climatico.

Uno studio su Nature ha osservato per la prima volta come lo scioglimento del permafrost provochi il rilascio di metano nell’atmosfera

Una nuova ricerca, pubblicata la scorsa settimana su Nature Geoscience, mostra che lo scioglimento dei ghiacciai nell’Artico che finiscono su terraferma, a causa del riscaldamento globale, facilita il rilascio di metano, un potente gas a effetto serra, che a sua volta contribuisce a un ulteriore aumento delle temperature, generando così un circolo vizioso per certi versi preoccupante.

Gli scienziati hanno osservato le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai delle remote isole artiche di Svalbard, in Norvegia, che si stanno riscaldando più di due volte più velocemente di altre aree dell’Artico e da cinque a sette volte più velocemente del resto del pianeta. Il metano fuoriesce dalle sorgenti di acqua freatica che emergono in aree scoperte dal ritiro dei ghiacciai. Sebbene queste sorgenti sotterranee non emettano attualmente quantità pericolose di questo potente gas serra, i ricercatori temono che una vasta riserva di carbonio organico, a lungo intrappolata sotto il ghiaccio, possa presto essere rilasciata nell’atmosfera.

“Queste sorgenti di acque sotterranee sono fonti completamente sconosciute o incontaminate di metano, sia alle Svalbard che molto probabilmente in tutto l’Artico”, ha commentato Gabrielle Kleber, dell’Università di Cambridge, autrice principale dello studio. I ricercatori sanno da anni che il metano fuoriesce dal fondo dell’oceano nelle aree dove migliaia di anni fa c’erano i ghiacciai. Ma fino a questo momento nessuno aveva studiato direttamente le infiltrazioni di metano sulla terraferma lasciata scoperta dal ritiro dei ghiacciai. 

Quando i ghiacciai hanno iniziato a ritirarsi nel secolo scorso, si è formato un vuoto tra la fine del ghiacciaio e l’inizio del terreno ghiacciato, noto come permafrost. L’acqua sotterranea che prima era intrappolata sotto il ghiaccio glaciale ha iniziato a sgorgare da queste fessure, creando una sorgente. I ricercatori sono riusciti a identificare via satellite queste sorgenti d’acqua sotterranea nelle aree recentemente scoperte dai ghiacciai artici e, nell’arco di tre inverni, hanno campionato 123 sorgenti da 78 ghiacciai. 

Dopo aver analizzato i campioni, i ricercatori hanno scoperto che la concentrazione di metano in quest’acqua era fino a 600.000 volte superiore alla concentrazione normale dell’acqua. La maggior parte del metano si riversa poi nell’atmosfera, dove, nell’arco di 20 anni, ha un effetto riscaldante circa 80 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. 

Sebbene questo studio si concentri solo sulle Svalbard, è probabile che le emissioni di metano da questo tipo di sorgenti avvengano anche in altre aree dell’Artico. E siccome le Svalbard si stanno riscaldando molto più velocemente di altri luoghi dell’Artico, è anche probabile che questo tipo di emissioni possa diventare più diffuso. 

Gli Emirati Arabi Uniti puntano a triplicare le rinnovabili entro il 2030

Secondo il sito Arab News gli Emirati Arabi Uniti puntano a triplicare il contributo delle energie rinnovabili nel mix energetico del paese nei prossimi sette anni con investimenti per 200 miliardi di dirham (54,4 miliardi di dollari). Il gabinetto del paese, prosegue Arab News, ha approvato la nuova Strategia energetica nazionale 2050 e la Strategia nazionale per l’idrogeno “che vuole posizionare gli Emirati Arabi Uniti tra i produttori ed esportatori leader di idrogeno a basse emissioni nei prossimi otto anni”. La strategia sull’idrogeno prevede lo sviluppo di catene di approvvigionamento, di aree per l’idrogeno e di centri di ricerca. Tra le misure adottate, c’è anche la dotazione di una rete di colonnine di ricarica per veicoli elettrici. 

L’espansione di energie rinnovabili “soddisferà la crescente domanda di energia nel paese trainata dall’accelerazione della crescita economica”, ha commentato lo sceicco Mohammed bin Rashid, vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti, primo ministro e sovrano di Dubai. 

Secondo Recharge News, queste decisioni – che porterebbero la capacità di rinnovabili del paese a 14,2 gigawatt entro il 2030 – arrivano in vista della prossima Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima che saranno ospitate proprio da Dubai. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati il primo paese mediorientale ad annunciare l’obiettivo di emissioni zero nette entro il 2050 tra gli Stati produttori di petrolio che notoriamente spingono ancora per l’utilizzo dei combustibili fossili nei propri mix energetici. Il paese ospita già il parco solare Mohammed bin Rashid Al Maktoum che dovrebbe raggiungere una capacità di 5GW entro il 2030.Masdar, lo sviluppatore globale di energie rinnovabili con sede ad Abu Dhabi, ha l’obiettivo di accumulare un portafoglio lordo di 100GW di energie rinnovabili, rispetto agli attuali 20GW circa, e di produrre un milione di tonnellate di idrogeno verde entro il 2030, un totale che lo porrebbe ai primi posti tra gli operatori mondiali dell’energia pulita.

Come le strategie del Bangladesh per fronteggiare la crisi idrica e le inondazioni potrebbero essere di insegnamento per tutti

In questi giorni abbiamo visto le immagini provenienti dal nord della Spagna di persone disperatamente aggrappate alle loro auto sommerse dalle inondazioni improvvise provocate dalle forti piogge.

In Giappone, una persona morta e centinaia di migliaia sono state invitate ad abbandonare le proprie abitazioni per salvarsi dalle piogge torrenziali. Almeno 91 persone sono morte nel nord dell’India dopo che le forti piogge hanno provocato frane e inondazioni. Lo Stato himalayano dell’Himachal Pradesh ha ricevuto più di 10 volte la sua media di precipitazioni per questo periodo dell’anno. Lunedì scorso, piogge torrenziali hanno spazzato via strade, travolto fiumi e provocato la morte di una persona nel nord-est degli Stati Uniti. Più di 13 milioni di americani erano sotto allerta a Boston e nel Maine occidentale. Il Vermont da un giorno è sott’acqua.

Per quanto possano sembrare scollegati tra di loro, gli eventi meteorologici estremi che stanno sconvolgendo India, Giappone, Spagna, Stati Uniti e Cina (alle prese con prolungate ondate di calore), hanno un elemento in comune: le tempeste si stanno formando in un’atmosfera più calda, rendendo le precipitazioni estreme una realtà. “Man mano che le temperature globali aumentano, ci aspettiamo che gli eventi di pioggia intensa diventino più comuni”, spiega al Guardian Brian Soden, professore di scienze dell’atmosfera all’Università di Miami: “C’è poco da sorprendersi, è ciò che i modelli hanno previsto fin dal primo giorno”.

Se è vero che il cambiamento climatico non è la causa delle tempeste, è innegabile che queste tempeste si stanno formando in un’atmosfera più calda e umida. Il che si traduce in tempeste che scaricano più precipitazioni che possono avere esiti mortali. I gas climalteranti, in particolare l’anidride carbonica e il metano, stanno riscaldando l’atmosfera. Invece di permettere al calore di irradiarsi dalla Terra nello spazio, lo trattengono. 

Uno studio dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) dello scorso maggio, spiegava che entro il 2027 tutti gli abitanti del pianeta dovrebbero essere messi nelle condizioni di ricevere avvisi tempestivi in caso di disastri imminenti. I sistemi di allerta precoce e di gestione e cura del territorio possono salvare tante vite umane. In Italia abbiamo ancora vivo il ricordo delle inondazioni e le alluvioni che hanno piegato l’Emilia-RomagnaSi è parlato di mancanza di interventi per adeguare il territorio a eventi meteorologici estremi, di insufficiente messa in sicurezza rispetto al dissesto idrogeologico, di consumo di suolo addirittura aumentato e, soprattutto, di mancata prevenzione e cattivo governo del territorio. 

Da questo punto di vista, il Bangladesh potrebbe essere una fonte di ispirazione. L’acqua rappresenta contemporaneamente una risorsa importante – il Bangladesh è una terra d’acqua, i suoi fiumi limacciosi scendono dall’Himalaya, si riversano in un labirinto di stagni, zone umide e affluenti, prima di raggiungere il Golfo del Bengala – e una minaccia sotto forma di siccità, diluvi, cicloni, inondazioni e infiltrazioni di acqua salata nelle falde. Minacce esacerbate in varia misura dal cambiamento climatico, e che costringono 170 milioni di persone a industriarsi per gestire questi eventi estremi. Alcune settimane fa raccontavamo come le ondate di calore e la siccità stessero bruciando i campi di tè e rendendo estreme le condizioni di lavoro dei raccoglitori.

È stato approntato un sistema di allerta che avvisa gli abitanti del Bangladesh prima di possibili forti piogge. E così i coltivatori di riso possono anticipare il raccolto prima che tutto venga portato via da alluvioni e inondazioni. C’è chi ha ideato orti galleggianti per coltivare ortaggi, rifacendosi a metodi di coltivazione tradizionali: in questo modo in caso di inondazioni il letto galleggiante non viene travolto dall’acqua ma si solleva. Dove, infine, gli allevamenti di gamberi hanno reso il terreno troppo salato per le coltivazioni, c’è chi sta coltivando gombo e pomodori nel compost, stipato nelle cassette di plastica che un tempo trasportavano i gamberi. 

In tutti questi anni il Bangladesh ha sviluppato strategie di adattamento alle conseguenze della crisi climatica, riuscendo a salvare vite umane durante i cicloni e le inondazioni. Ma le sfide da affrontare, tutte insieme, sono tante e non basta sostenere le politiche di adattamento: vanno trovate nuove fonti di acqua potabile per milioni di persone lungo la costa, bisogna estendere le assicurazioni sui raccolti, preparare le città all’inevitabile afflusso di migranti dalle campagne, collaborare con gli Stati vicini per condividere i dati meteorologici. Tutto questo – scrive Somini Sengupta sul New York Times – viene fatto senza l’aiuto dei paesi più ricchi, convinti ancora forse di poter essere risparmiati dalla crisi climatica. Ma come stiamo vedendo così non è. Oltre all’adattamento, cui vanno ancora pochi fondi (29 miliardi dei 160 necessari, secondo le stime delle Nazioni Unite), si dovrebbe lavorare sulla mitigazione, cioè sul taglio delle emissioni. Ma gli interessi delle grandi aziende del fossile continuano a prevalere e non si riesce ancora a immaginare un’alternativa alla struttura dei nostri sistemi energetici alla quale siamo stati abituati in tutti questi decenni.

A meno che le emissioni globali non vengano ridotte rapidamente e drasticamente, il Bangladesh potrà fare ben poco da solo per rimanere a galla, uò fare ben poco per rimanere al di sopra della superficie, spiega Saber Hossain Chowdhury, inviato per il clima del paese asiatico: “È come quando hai un barile che perde da sette parti e tu hai solo due mani: come fai?”.

I dati sui livelli di anidride carbonica nell’atmosfera

16/07/2023

da La Valigia blu

Angelo Romano

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