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Via libera del Senato al ddl Calderoli e alla secessione dei ricchi

la riforma per l’Autonomia differenziata, è passata ieri al Senato e che andrà alla Camera, è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.

L’autonomia differenziata crea una corsia preferenziale solo per le Regioni ricche che tentano ora, date le ristrettezze di bilancio, un’autonomia accelerata senza definizione dei Lep. Nei fatti si stanno costruendo tre nuove Regioni a statuto speciale, agendo al di fuori della legge Calderoli del 2009, la legge 42 sul federalismo fiscale che prevede appunto il superamento della spesa storica attraverso i Lep (Livelli Essenziali delle Prestazioni). Il punto resta superare la spesa storica, cioè un criterio che danneggia i cittadini governati da amministratori inefficienti o presunti tali, dato che spesso, ma questo nessuno mai lo sottolinea, meno hanno speso per i servizi solo a causa di una sperequata distribuzione territoriale delle risorse da parte dei Governi.

Infatti, a proposito di puntuale rispetto della Costituzione, argomento spesso usato come scudo dai “separatisti”, la corretta procedura prevista dall’art. 116 della Costituzione chiude con la frase: «nel rispetto dell’art 119 e della legge del 2009 (che prevede appunto fondi perequativi mai definiti) e rimanda poi all’art 117 dove si parla dei diritti di cittadinanza che devono essere garantiti allo stesso livello su tutto il territorio nazionale, previa definizione dei Lep, cosa mai avvenuta e in attesa dal 2001, che si vuole ancora rinviare e che è già costata al Mezzogiorno oltre 840 miliardi di euro (Eurispes – Rapporto Italia 2020). Verrebbe così affermata la fine di quanto previsto nella prima parte della Costituzione e cioè di cittadini italiani tutti con gli stessi diritti, per cedere il posto ad una “doppia cittadinanza», di serie A e di serie B.

Ma non è solo un problema di Nord Vs Sud come alcuni vogliono far intendere, visto che anche all’interno dello stesso territorio regionale ci saranno territori e quindi cittadini favoriti o sfavoriti, ad esempio territori montani Vs città. Si verrebbero così a costituire micro repubbliche regionali con a capo “governatori” con pieni poteri che potranno decidere su un ventaglio di materie amplissimo, dalla scuola, alle strade e autostrade, alle centrali idriche, all’ambiente etc. Un anticipo di Premierato prossimo venturo nazionale, alla base dello scambio fra Lega e FdI: autonomia differenziata in cambio del presidenzialismo.

La legge approvata oggi al Senato oltretutto non chiarisce se i presidenti possono privatizzare a piacimento anche la sanità, stabilisce solo che si debba ripartire dalle trattative del 2019. Ma i testi contenenti le proposte di intese Stato-Regioni di allora sono segreti. Altro motivo di allarme è che Calderoli ha prodotto nella scorsa primavera una ricognizione delle specifiche funzioni che potrebbero essere regionalizzate che include addirittura circa 500 funzioni, praticamente la Regione assumerebbe, nei fatti, i poteri di uno Stato sovrano. L’antico sogno della Lega (Nord) realizzato: quello della secessione.
Non a caso, anche questo documento è tenuto rigorosamente segreto, Perché i cittadini non devono sapere? Perché “poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora”?

Nessuno inoltre si chiede chi risponderà del carico del debito pubblico italiano. Infatti, anche ammettendo l’ipotesi dell’esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all’erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni. In ultima analisi il rischio contenuto nell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell’Unità nazionale, ma anche quello, ben più concreto, di rendere non più sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale. Non basta infatti determinare i Lep se poi non ci sono le risorse per garantire quel fabbisogno, in questo consiste il bluff leghista.

Ad esempio è stato calcolato che la perdita per lo Stato, limitatamente al solo “Asse” (cit.) delle Regioni del Nord sarebbe di 112 miliardi all’anno. È quanto resterebbe a Lombardia, Veneto ed Emilia se il 90% di Irpef, Ires e Iva non fosse versato allo Stato
Il Tesoro si troverebbe ad avere 112 miliardi di euro in meno, secondo stime pubblicate dalla stessa Regione Veneto sul sito dedicato all’Autonomia differenziata e 190 miliardi, secondo i calcoli elaborati qualche tempo fa dal presidente della Svimez. La differenza sta nel fatto che, nel secondo caso, i conteggi hanno tenuto conto anche dei contributi previdenziali oltre che delle tasse.
La sola Lombardia ha un gettito Iva di oltre 21 miliardi, un gettito Irpef di 36 miliardi e uno Ires di 12 miliardi. Quanta parte potrà essere devoluta? Secondo gli stessi conteggi del portale dell’Autonomia del Veneto, la spesa regionalizzata in Lombardia è di 42 miliardi, nel Veneto di 18 miliardi, in Emilia Romagna di 17 miliardi. Il punto centrale rimane la dinamica delle entrate. Nell’anno zero si può trasferire una somma pari a quella spesa dallo Stato. Ma che succede poi negli anni successivi se il gettito aumenta? L’extra a chi spetterebbe, allo Stato o alla Regione? E se il gettito diminuisce? Domande che restano senza risposta…

Anche Commissione Ue ha avvisato che lasciare tutto questo gettito a Regioni grandi e ricche metterebbe in dubbio la capacità del Tesoro di far fronte al debito pubblico. La stessa Banca d’Italia si è detta molto preoccupata sulla possibilità di operare quelle forme di redistribuzione fra i cittadini previste dalla Costituzione. Eppure…
Come da tempo si va ripetendo, più che i mai definiti Lep bisognerebbe domandare e definire i Lup e cioè Livelli Uniformi delle Prestazioni, perché con i Lep, vera e propria arma di distrazione di massa, l’asticella da parte di chi governa potrebbe essere collocata così in basso e le cifre relative essere così miserabili da renderli inutili. La legge infatti prevede espressamente l’invarianza di bilancio. Quindi possono essere definirli, ma non certo finanziati. Non a caso Zaia, dichiarava al Corriere della Sera di lunedì 6 dicembre 2022: «Usciamo dalla narrazione che tutti siamo uguali».
Il che rende bene l’idea di cosa bolle in pentola a danno dei cittadini. Un motivo in più per ribadire che la Costituzione afferma che tutti gli italiani devono avere gli stessi diritti. Se invece la Costituzione non è più in vigore e di conseguenza il patto di cittadinanza non è più valido ce lo facciano sapere, così che i cittadini possano attrezzarsi di conseguenza.

Non a caso nel maggio scorso il Servizio Bilancio del Senato ha documentato come l’autonomia regionale differenziata porti, nei fatti, alla fine dell’attuale Stato unitario. L’abnorme decentramento di funzioni e risorse finanziarie creerà appunto enormi problemi al bilancio dello Stato e al finanziamento dei servizi nelle altre regioni, più povere, che imploderebbero anche per impossibilità dello stato ad assicurare i Leo. È un documento ufficiale pubblicato sul sito del Senato e diffuso sui social. Poi degradato dopo furiose polemiche a bozza da verificare.

Come reagiranno i 20 milioni di cittadini del Mezzogiorno di fronte a simili modalità, addirittura peggiorative rispetto alle attuali, una volta accertato l’ennesimo raggiro? Ecco perché dire che il Paese è a rischio balcanizzazione non è assolutamente un artificio lessicale, ma stringente attualità.

Oltretutto che l’autonomia differenziata sulle 23 materie oggi gestite dallo Stato possa essere concessa a tutte le 15 regioni ordinarie è un bluff accertato. L’autonomia la può ottenere soltanto il Nord. A certificarlo è stato anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio che a fine giugno scorso ha depositato in Commissione Affari Costituzionali del Senato un documento che per la prima volta ha provato a rispondere compiutamente a una domanda centrale del progetto autonomista: quali Regioni hanno davvero abbastanza capienza di gettito per gestire in proprio i servizi che oggi dispensa lo Stato? Più sono ricchi i cittadini, più tasse versano, più facile sarà ottenere l’autonomia e gestire le materie perché l’aliquota di compartecipazione alle tasse dello Stato sarà abbastanza capiente da finanziare tutti i servizi trasferiti. In altri termini, per alcuni territori, cioè tutte le Regioni del Sud e diverse del Centro, l’autonomia rischia di essere troppo cara e non se la possono permettere.

Ultimo colpo di scena la critica all’autonomia differenziata è venuto dalla stessa struttura chiamata a porne le basi e cioè dalla “mini costituente”, il Comitato per la definizione dei Lep (Clep), composta da membri nominati da Calderoli e scelti in modo preponderante al Centro Nord, molti dei quali già da tempo fortemente orientati a favore dell’Autonomia differenziata. Il tutto con il Parlamento completamente tagliato fuori. Persino da questa Commissione, nel luglio scorso, sono giunte critiche con una lettera pubblica di quattro influenti membri che han presentato le dimissioni: “è discriminatoria, va riportata sui binari definiti dalla nostra Costituzione. Il criterio della spesa storica crea diseguaglianze e le risorse sono un’incognita”. Il che fa capire come il rischio per l’unità dello Stato sia più che mai reale.

Si può pertanto affermare che l’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota (non si sa di quale patria, evidentemente quella Padana) si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, e certo non auspicabile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.

Malgrado quanto sopra il DDL Calderoli, uscito dalla Commissione Affari Costituzionali, è stato ieri sera approvato a maggioranza dal Senato, anche con il voto favorevole dei Senatori del destracentro eletti nei collegi meridionali…

A questo punto non resta altro da fare che aumentare la resistenza a questa scellerata iniziativa. Organizzarsi, valutare se c’è la possibilità di richiedere o meno un Referendum abrogativo (sono in corso in queste ore approfondimenti) e nel caso creare i relativi Comitati, convocare rapidamente fra tutti i volenterosi gli “Stati Generali del Meridione (e/o dei meridionalisti)” alla ricerca di unità e sintesi di tutte le varie anime della galassia progressista fra chi si dichiara convintamente “anche” meridionalista. Un “campo largo”, aperto al contributo di tutti quelli che non ci stanno ad essere gettati nel mucchio dei vinti.
Lanciare squilli di rivolta, creare focolai che indichino una via possibile di resistenza civile ad un progetto chiaramente eversivo dell’unità nazionale. Questa da oggi deve essere la principale missione di chi persegue e vuole giustizia sociale.

24/01/2024

da Left

Natale Cuccurese

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