Si fa presto a dire casa
Covid 19: si è aperta una crisi economica che sarà ben più lunga del fermo delle attività e delle riaperture progressive. Al dramma della perdita del posto di lavoro, delle piccole aziende che non apriranno, delle attività stagionali e dell’occupazione conseguente che saltano il turno, si annuncia uno tsunami sociale: la perdita della casa per morosità incolpevole.
Sopra il profitto niente.
Più che lavoratori, manodopera sacrificabile nella “rossiccia” Toscana
Alle (ingenue?) speranze che il “dopo-Covid19” sarebbe stato radicalmente diverso rispetto al “prima”, si sta sostituendo un’amara e sempre più disperante constatazione che non solo non è cambiato niente, ma in queste settimane (ormai mesi) la lotta di classe esercitata dal padronato si è fatta più aspra e impietosa. Non solamente e non tanto per la pressione che le associazioni industriali (Confindustria in testa) e commerciali hanno impresso su Governo, Regioni, Comuni per “riaprire tutto” a prescindere dai dati e dalla necessaria prudenza consigliata, quanto per la continuità produttiva che sottotraccia è stata mantenuta attiva – per tutto il periodo di presunto “blocco totale” (lockdown) – anche in aziende che non sarebbero dovute rientrare nella condizione di essenzialità (nonostante i famigerati codici ATECO glielo consentissero: un esempio per tutti, la Nuova Pignone di Massa).
Cambiare le RSA. Abbiamo un piano.
Residenze Sanitarie Assistite in Toscana. Di fronte al dramma vissuto cambiare radicalmente modello di gestione. Compreso l’avvio del percorso di ripubblicizzazione delle strutture. Presenteremo ordine del giorno nei consigli comunali su questo.
Anche in Toscana serve capire cosa è avvenuto in questi mesi dentro le Residenze Sanitarie Assistite. Serve non solo accertare i fatti rispetto ad alcuni casi specifici ma occorrono anche correttivi di fondo rispetto a tutto il sistema di gestione.
La sciacallata
Il cinema teatro Ambra Jovinelli di Roma è stato nel dopoguerra e per molti anni a seguire, luogo di incontro tra la “cultura” così detta ufficiale e lo spirito popolano della capitale. Con cento lire era possibile assistere alla “Rivista” ed a due diversi film, con una sequenza ininterrotta che andava dalle 16 del pomeriggio fino all’una di notte. C’era una platea di sedie pieghevoli in vecchio velluto che accoglievano, in una densa nube di fumo, un pubblico “eterogeneo”, composto, per la maggior parte, da militari in libera uscita ed in cerca di incontri, ma anche da “intenditori” dal palato più fino.




