Home > Esteri > Le sanzioni ad Israele? mettiamole noi!
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Riportiamo questo interessante articolo di Lavinia Marchetti, che alcuni compagni hanno portato alla nostra attenzione…. Buona lettura

Providence è una ridente cittadina americana del Rhode Island con circa 200.000 abitanti. La comunità ha fatto una cosa piuttosto interessante e concreta, una cosa a cui non siamo minimamente abituati. Ha deciso di occuparsi direttamente di dove finiscono i soldi dei suoi abitanti e, soprattutto, di stabilire quali attività economiche possano continuare a beneficiare degli investimenti pubblici. Insomma, avrebbe, udite udite, esercitato un diritto democratico. Il 3 novembre, quasi il 75% degli elettori ha approvato una proposta di iniziativa popolare che impone al Comune di disinvestire dai paesi responsabili di genocidio, apartheid o occupazione militare illegale e dalle imprese che contribuiscono consapevolmente a tali violazioni. Interessante, no? Usare la democrazia per colpire la “più grande democrazia del Medio Oriente”. Gli organizzatori sono stati anche piuttosto furbi nel mantenere vaghi i criteri: il provvedimento riguarda evidentemente Israele, ma il testo è stato formulato attraverso criteri generali. Sia mai che arrivi la spada di Damocle dell’antisemitismo. La cosa interessante è che la decisione arriva direttamente dalla popolazione. Non c’entra con la famosa “X” nelle urne, ma passa attraverso una campagna promossa dalla coalizione Providence for Palestine, proprio dopo che il Consiglio comunale aveva evitato di adottare la proposta. Gli organizzatori hanno raccolto oltre seimila firme verificate, superando le resistenze degli amministratori e portando la questione alle urne. E hanno vinto.
Philissa Cramer, che racconta la vicenda nell’edizione odierna di Haaretz, scrive che «gli elettori di Providence, nel Rhode Island, hanno approvato a larghissima maggioranza un’iniziativa referendaria che impone alla città di disinvestire da Israele, rendendola la maggiore città degli Stati Uniti ad adottare una misura del genere. L’iniziativa impone alla città di disinvestire da partecipazioni in paesi e società che favoriscono consapevolmente violazioni, fra cui genocidio, apartheid e occupazione militare illegale». (Philissa Cramer, «Providence becomes largest U.S. city to divest from Israel», Haaretz, 5 novembre 2026, p. 2)Il sindaco uscente Brett Smiley aveva definito antisemita la proposta, minacciando di opporsi alla sua applicazione. La Jewish Alliance of Greater Rhode Island aveva espresso preoccupazioni per le conseguenze economiche dell’iniziativa e per l’eventuale isolamento dei cittadini ebrei. Eppure, a sostenere il referendum figuravano anche organizzazioni ebraiche, fra cui Jewish Voice for Peace, insieme a numerose associazioni progressiste. Il risultato è importante perché ci spiega come funzionerebbe la democrazia. Siamo stati disabituati a pensare che il parere della maggioranza conti qualcosa. A Providence la popolazione ha espresso una scelta contraria a quella sostenuta da una parte delle autorità locali. Del resto, gli amministratori avevano avuto la possibilità di intervenire prima della consultazione e non lo avevano fatto. Così gli elettori hanno utilizzato gli strumenti giuridici a disposizione per imporre una decisione politica che i propri rappresentanti non avevano il coraggio di attuare, rinviandola.Max Pitchon, membro di Jewish Voice for Peace e della coalizione promotrice, ha dichiarato: «Questa vittoria rappresenta un momento di svolta per il movimento di solidarietà con la Palestina. La campagna per il Sì alla proposta numero 7 ha dimostrato uno schiacciante sostegno popolare alla Palestina e l’opposizione alle guerre e al genocidio ovunque, e ha dimostrato anche che le persone comuni sono capaci di riappropriarsi del potere politico e produrre cambiamenti».Pitchon ha ragione. Riappropriarsi del potere politico: pensiamo un attimo alle conseguenze, se iniziassimo, dal basso, con una politica etica dei bilanci pubblici. Da anni assistiamo a manifestazioni contro il genocidio a Gaza e a campagne di boicottaggio contro Israele, chiedendo in massa ai governi occidentali di interrompere la cooperazione militare con Israele. Non abbiamo visto neanche una sanzione.Beh, promuoviamo anche noi il disinvestimento. Seguiamo l’esempio di Providence.Dobbiamo smettere di affidarci alla disponibilità dei rappresentanti politici a raccogliere le nostre richieste. Ci comportiamo come se, fra una manifestazione e l’altra, dovessimo sperare che qualcuno, finalmente, si decida ad ascoltarci e a provvedere. Perché? La democrazia non è questa roba qui: lo sperare che qualcuno (non si sa bene chi) faccia qualcosa (non si sa bene cosa). Abbiamo associazioni capaci di organizzare iniziative collettive e possediamo strumenti di partecipazione previsti dai nostri ordinamenti, per adesso abbastanza democratici. Niente ci impedisce di chiedere conto alle amministrazioni delle risorse che gestiscono: è un nostro diritto e, aggiungo, anche un dovere. Se una comunità considera inaccettabile il finanziamento di imprese coinvolte nelle violazioni dei diritti dei palestinesi, per quale ragione dovrebbe limitarsi a esprimere indignazione, rischiando denunce e massacri in piazza, e lasciare che il proprio Comune continui eventualmente a investire in quelle stesse società?La democrazia non la fanno i politici, ma i cittadiniVorrei ricordare la differenza fra l’autorità esercitata dai governanti e la potenza politica della collettività. La capacità politica della popolazione comprende la possibilità di organizzarsi e intervenire sulle decisioni pubbliche, utilizzando gli strumenti attraverso i quali la volontà collettiva può essere efficace. A Providence gli elettori hanno esercitato precisamente questa facoltà, costringendo l’amministrazione a confrontarsi con un pronunciamento che dovrà ora trovare applicazione, salvo le contestazioni giuridiche già annunciate e ovvie.Mi chiedo perché mai dovremmo aspettare che siano i nostri governi a decidere di interrompere il sostegno economico a Israele. Potremmo cominciare dalle comunità in cui viviamo, chiedendo ai Comuni di rendere pubbliche le partecipazioni finanziarie e di verificare i rapporti con imprese coinvolte nell’occupazione dei territori palestinesi.Qualcosa di concreto per limitare l’influenza sionista nelle nostre vitePotremmo esaminare gli appalti e le collaborazioni economiche degli enti pubblici, individuando eventuali responsabilità attraverso i documenti prodotti, che devono essere pubblici. Una volta raccolta la documentazione, perché rinunciare a proporre delibere comunali o a promuovere iniziative popolari per modificare gli investimenti? In Italia l’articolo 5 del decreto legislativo 33 del 2013 permette, entro i limiti previsti dalla legge, di accedere ai documenti detenuti dalle amministrazioni pubbliche. L’articolo 8 del Testo unico degli enti locali contempla istanze e proposte dei cittadini, oltre a consultazioni e referendum disciplinati dagli statuti comunali, nelle materie di competenza locale. Sono strumenti che potrebbero essere utilizzati per chiedere decisioni precise e verificarne successivamente l’attuazione. Questo non ci esime dal boicottaggio individuale, ma ci sono differenze considerevoli. Posso intervenire come consumatrice individuale, ma se riesco a ottenere che un’amministrazione modifichi i propri criteri di investimento, intervengo su una decisione collettiva che riguarda risorse pubbliche e diventa una scelta politica e collettiva. E la cosa potrebbe diventare assai interessante se iniziative analoghe cominciassero a moltiplicarsi. È ovvio che un Comune che disinveste pochi milioni produce un effetto economico limitato. Ma se centinaia di amministrazioni adottassero provvedimenti simili, potrebbero modificare le valutazioni delle imprese interessate, specie se queste ultime cominciassero a perdere clienti istituzionali o accesso a determinati investimenti. Inoltre, se le iniziative locali riscuotessero un consenso elettorale crescente, i partiti nazionali potrebbero incontrare difficoltà sempre maggiori nel difendere politiche di sostegno militare a Israele senza doverne giustificare pubblicamente le conseguenze. Ciò si ripercuoterebbe anche sulla convenienza elettorale di fare affari con uno Stato genocida.Gideon Levy e l’apocalisseDel resto, proprio oggi, nello stesso numero di Haaretz, Gideon Levy ha pubblicato un editoriale dall’inquietante titolo The apocalypse. Levy accoglie con entusiasmo l’annuncio di Donald Trump di voler interrompere gli aiuti militari annuali americani a Israele.Levy scrive: «Molte spade in Israele dovranno ora trasformarsi in aratri. Era da molto tempo che una notizia così buona e incoraggiante raggiungeva il paese. Possiamo soltanto sperare che il presidente mantenga la parola. In realtà, possiamo contare sulla nuova maggioranza democratica al Congresso perché provveda a questo». (Gideon Levy, «The apocalypse», Haaretz, 5 novembre 2026, p. 5)Levy affronta in modo molto convincente il rapporto fra disponibilità economiche e capacità di mantenere una politica militare come quella israeliana.Sempre Levy sostiene che «la fine degli aiuti militari statunitensi avrà conseguenze significative e immediate. Israele sarà costretto a ridurre le proprie attività offensive, bellicose, di conquista, genocidarie e di insediamento. Gli mancheranno i soldi per farlo. Gli mancheranno i soldi per operazioni grottesche e ostentate, come l’“operazione” appena conclusa a Hebron». (Ibid.)L’ottimismo deve essere molto cauto: sembra la classica promessa elettorale e la parola di Trump non vale molto; la sua realizzazione dipenderebbe dalle decisioni del Congresso americano e dalle eventuali risorse alternative che il governo israeliano potrebbe reperire. Del resto, Trump ha annunciato la cessazione degli aiuti annuali, ma la vendita di armamenti a Israele non cesserà. Esistono inoltre accordi già stipulati e impegni finanziari che rendono incerta la velocità di tale cambiamento. Non interessiamoci tanto delle intenzioni del presidente americano: Levy solleva un problema che riguarda direttamente quanto abbiamo appena raccontato a proposito di Providence. Domandiamoci che cosa potrebbe accadere se il mantenimento dell’occupazione e delle operazioni militari israeliane cominciasse a incontrare una resistenza economica crescente nei paesi che le sostengono. Quanto potrebbe cambiare il comportamento dei governanti se almeno una parte delle risorse disponibili venisse meno e se l’impatto di Israele sul resto del mondo fosse man mano limitato?Levy arriva a scrivere: «Se la ragione e la saggezza resteranno inascoltate, parlerà il denaro. E sarà impossibile continuare a garantire la sicurezza dei coloni durante i loro pogrom. Che paghino da soli per la propria protezione. In una giornata davvero buona, diventerà impossibile anche condurre un’altra guerra punitiva totale come quella che l’esercito israeliano ha lanciato a Gaza il giorno dopo il 7 ottobre». (Ibid.)Levy contempla (o auspica) la possibilità che i vincoli economici riescano a incidere su scelte politiche rimaste sostanzialmente impermeabili alle condanne dei popoli mondiali. Considera questa eventualità benefica per Israele stesso e aggiunge che, prima di erigere centinaia di posti di blocco in Cisgiordania, qualcuno dovrebbe essere costretto a considerarne i costi, compresi quelli che derivano dalla loro funzione di controllo sulla popolazione palestinese.Se una parte crescente delle comunità occidentali cominciasse a sottrarre sostegno economico alle imprese coinvolte nell’occupazione, chiedendo contemporaneamente ai propri rappresentanti nazionali di rivedere gli accordi militari con Israele, potrebbe svilupparsi una pressione capace di incidere sulle valutazioni dei governi. Anche le imprese che investono con e per Israele dovrebbero considerare il rischio economico delle attività contestate. I politici sarebbero chiamati a misurarsi con elettorati maggiormente organizzati, che non si limitano alla “X” e poi se ne lavano le mani lamentandosi che “niente cambia”. Per non parlare della possibilità che conservare gli stessi rapporti internazionali si trasformi in una controversia pubblica sempre più difficile da eludere.Una comunità organizzata e consapevole può intervenire anche attraverso procedure che incidono sulle decisioni economiche, imponendo agli amministratori obblighi di trasparenza e chiedendo che le risorse collettive siano impiegate secondo criteri pubblicamente discussi. Il risultato di Providence ci suggerisce che la distanza fra la volontà dei cittadini e quella dei governanti collusi o compiacenti con un governo genocida può essere affrontata utilizzando gli strumenti previsti dalle stesse istituzioni rappresentative. Spesso mi viene detto: «Ok, tutto giusto, ma che fare?». Ecco: se tale capacità si diffondesse, potremmo assistere a una trasformazione del rapporto fra comunità locali e governi nazionali. Vi sembra una cosa da poco? Le amministrazioni diventerebbero luoghi nei quali una parte del dissenso internazionale può tradursi in decisioni economiche verificabili. I rappresentanti politici dovrebbero finalmente confrontarsi con elettorati capaci di intervenire sulle risorse, chiedere conto dei risultati e fare le pulci su come e con chi investono i nostri soldi. Il sostegno a Israele potrebbe allora incontrare ostacoli crescenti proprio nei paesi che hanno contribuito maggiormente a finanziarne le attività militari, come il nostro, e si potrebbero evitare le ripercussioni degli abusi sempre più frequenti della polizia nelle piazze e dei decreti autoritari e fascisti. Sarebbe una trasformazione importante, la cui portata dipenderebbe dalla diffusione delle iniziative e dalla loro capacità di incidere sulle scelte effettive.

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