Home > Ambiente > Le Politiche Energetiche in Regione Toscana. Documento dell’omonimo Dipartimento regionale del PRC.

Le Politiche Energetiche in Regione Toscana. Documento dell’omonimo Dipartimento regionale del PRC.

docenergiaregionale

LE POLITICHE ENERGETICHE IN REGIONE TOSCANA

Appunti per una riflessione

Premessa.

Affrontare il tema delle politiche energetiche in termini settoriali e tecnici rischia di porre la questione in modo sbagliato.

Il tema dell’energia corre di pari passo con l’evoluzione economica dell’umanità ed assume una particolare valenza a seguito della Rivoluzione Industriale: fornire energie alle macchine, a trasporti e al “benessere economico” della vita quotidiana è sempre stato elemento di attenzione.

Così come l’industria capitalista, anche l’energia capitalista ha una tendenza naturale ad accentrarsi in poche mani, ad essere sorgente di profitto, ad essere elemento di sfruttamento di uomini e natura.

Le politiche energetiche, cioè le modalità con cui un’entità governativa decide di affrontare questioni riguardanti lo sviluppo energetico, nello specifico la conversione, la distribuzione e l’uso dell’energia, non possono essere affrontate senza considerare il processo produttivo e il sistema economico in cui vengono utilizzate, le conseguenze sociali ed ambientali della loro applicazione.

Rifondazione Comunista dovrebbe pertanto affrontare il problema delle politiche energetiche in un’ottica di POLICRISI (climatica, economica, sociale, geopolitica) con l’obiettivo di dare un indirizzo politico che tenga di conto non solo delle fonti di energia in sé ma, e soprattutto, la complessità del modello di società all’interno del quale tale indirizzo di inserisce.

Da non dimenticare poi, come naturale conseguenza, il tema della democrazia delle energie. Da quando l’energia è perno centrale del modello capitalista, cioè da sempre, si è assistito ad un progressivo percorso di centralizzazione del potere energetico, con poche mani che gestiscono l’accesso e la moltitudine di cittadine e cittadini a subire decisioni spesso prese a migliaia di chilometri di distanza. Tale concentrazione ha assunto aspetti ancora più drammatici con gli effetti sull’ambiente della carbonizzazione che, fortunatamente, la sensibilità diffusa cresciuta dalle posizioni dei movimenti ambientalisti, ha messo in evidenza. Le tensioni geopolitiche recenti hanno dimostrato la fragilità del sistema condizionato anche dalla finanziarizzazione delle materie prime. La necessità di una transizione vera verso fonti di energia rinnovabili capaci anche di aumentare la cosiddetta CITTADINANZA ENERGETICA (basti pensare al fotovoltaico) e quindi la maggiore partecipazione all’utilizzo dell’energia, può migliorare questo aspetto e contrastare fenomeni di POVERTA’ ENERGETICA oramai attenzionata ad ogni livello politico. Democrazia energetica, decarbonizzazione, povertà energetica, protezione del pianeta sono elementi inscindibili dello stesso quadro socio-economico.

  1. POVERTA’ ENERGETICA

Recentemente (Marzo 2026) è stato pubblicato un quaderno dalla Fondazione “G. Di Vittorio”, “Inchiesta sulla povertà energetica: disuguaglianze sociali e ruolo delle associazioni dei consumatori”, a cura di Serena Rugiero, Giuliano Ferrucci, Samuele Alessandrini, finalizzato ad analizzare le cause della povertà energetica, tema che trova sempre più riscontro negli uffici e sportelli dei consumatori. Le conclusioni di questo lavoro mettono in evidenza i limiti delle misure di sostegno basate esclusivamente su trasferimenti monetari, come il bonus energia, e sottolineano la necessità di politiche integrate che combinino riqualificazione energetica, informazione e accompagnamento degli utenti. Secondo l’Osservatorio Italiano sulla povertà energetica (OIPE)nel 2023 le famiglie in condizione di povertà energetica erano 2,36milioni, pari a circa il 9%delle famiglie italiane valore in crescita rispetto agli anni precedenti a causa degli shock sui prezzi energetici e delle disuguaglianze di reddito. Se la valutazione è circoscritta alle famiglie sotto la soglia di povertà (vale a dire con un reddito familiare disponibile sotto il 60% del reddito mediano equivalente), quella percentuale sale al 18,4%. La percentuale di poveri energetici risulta inoltre maggiore nel Nord Ovest (22,2%) e più bassa nel Centro Italia (11,6%) mentre i dati ufficiali dell’OIPE rivelano una maggiore incidenza del fenomeno nel Mezzogiorno.

Le differenze tra le ripartizioni sono evidentemente imputabili alla composizione del campione: i residenti nei piccoli comuni, fino a 10 mila abitanti, costituiscono infatti quasi il 30% dei/lle rispondenti del Nord Ovest e meno del 10% di quelli del Centro. La relazione statistica tra incidenza della Povertà Energetica e classe dimensionale del comune di residenza mette in evidenza che al crescere della dimensione si riduce l’incidenza della Povertà Energetica (nei comuni con più di 100 mila abitanti è stimata intorno al 12%, poco più della metà del valore registrato nei piccoli comuni). Si tratta di una relazione evidenziata anche nel rapporto OIPE 2024 nel quale si legge di una maggiore incidenza della Povertà Energetica nei piccoli centri e nelle aree suburbane. La probabilità di cadere in Povertà Energetica cresce in misura significativa nei piccoli comuni, tra le famiglie che vivono in abitazioni non efficientate, tra chi non è proprietario della casa in cui risiede, e tra i nuclei familiari caratterizzati da un basso livello di istruzione. Naturalmente la condizione economica risulta determinante: un terzo degli intervistati in difficoltà economica si trova in Povertà Energetica, mentre tra coloro che dichiarano di non avere evidenti difficoltà la quota scende al 6,5%. Queste evidenze dimostrano che la Povertà Energetica non è un fenomeno occasionale, legato solo a momentanei aumenti dei prezzi dell’energia, ma una condizione strutturale che si innesta nelle disuguaglianze già presenti nel tessuto sociale e territoriale. L’indagine inoltre ha evidenziato i limiti delle misure di sostegno attualmente in vigore che pur avendo raggiunto una parte consistente degli utenti, non si traduce sempre in un sollievo significativo: un terzo dei beneficiari resta povero energetico nonostante il sostegno ricevuto.

Da questo primo aspetto appare chiaro come la questione delle politiche energetiche abbraccia riflessioni oltre il mero aspetto tecnico e che merita pertanto, all’interno di un partito, analizzare quali e quante conseguenze determinino le posizioni sulle scelte. Il tema delle povertà energetiche apre pertanto l’approfondimento delle CERS e della necessità di prendere posizioni chiare in merito, perchè solo una maggiore diffusione della partecipazione democratica alla gestione delle energie potrà garantire l’abbattimento delle disuguaglianze. Si tocca anche la questione urbanistica ed edilizia, che è di pertinenza locale, in merito alla possibilità di efficientare energeticamente gli immobili, soprattutto quelli di residenza pubblica, attraverso politiche che investano sempre più in questo settore. Si tocca il problema degli affitti e della loro sostenibilità rispetto ad redditi spesso insufficienti. Si tocca il problema delle politiche sociali che, dai risultati dello studio, non possono limitarsi al metodo del “bonus” che è momentaneo e non risolve un problema che è strutturale. Insomma l’occuparsi di Politiche energetiche oggi, al tempo della precarietà diffusa, dei cambiamenti climatici, delle tensioni geopolitiche, necessita di una visione ampia e articolata.

  1. SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE

A complicare ulteriormente il campo c’è la questione della sostenibilità ambientale delle soluzioni tecniche innovative delle fonti rinnovabili. Rispetto ad anni fa l’impatto delle scelte sulle rinnovabili è sicuramente migliorato. Chiaramente la questione del paesaggio e del patrimonio culturale edilizio meritano attenzione e riflessione. Un livello di gestione delle politiche energetiche fortemente accentrato come in questa fase storica non può evitare di “sacrificare” paesaggi e patrimoni che rappresentano un vincolo, un limite all’espansione del profitto, motore attuale anche nella produzione delle energie rinnovabili. L’invasione di pannelli fotovoltaici nel settore agricolo, la proliferazione di parchi eolici che interrompono e compromettono i flussi di biodiversità dei crinali, l’estremizzazione della produzione di energia da biomasse importando materia prima fuori dai territori interessati, sono situazioni che vanno affrontate

fuori dalla logica della produzione per profitto: il tema della cittadinanza energetica diventa fondamentale. Allo stesso modo le valutazioni sulle installazioni di fonti rinnovabili non possono essere rifiutate a prescindere.

L’indipendenza dalle fonti fossili deve passare dall’implementazione delle tecnologie rinnovabili che oggi hanno raggiunto livelli di efficienza e economicità che le rendono perfettamente concorrenziali rispetto alle fonti classiche. L’abbandono del carbon-lock a cui stiamo assistendo negli ultimi anni diventa anche uno stimolo ad un approccio più critico sulla sostenibilità economica, sociale, ambientale delle fonti di energia. Per raggiungere la sostenibilità, infatti, occorre integrare l’ambito ambientale con quello economico e quello sociale. Se manca anche una sola delle tre componenti ci sarà sempre uno sbilanciamento che porterà all’insuccesso di una politica o di un’azione. Forse questa è la sfida maggiore che dovremmo affrontare, un approccio politico al tema che abbia la capacità di guardare agli effetti economici di medio-lungo periodo, alla democratizzazione della produzione di energia, alla compatibilità delle esigenze del pianeta con quelle dell’umanità.

  1. ENERGIA DEMOCRATICA

Il tema della proprietà delle fonti di energia e di conseguenza della partecipazione attiva alla produzione di energia è oggi un tema centrale. Da sempre l’utilizzo di energia fossile ha portato ad un accentramento della proprietà delle fonti di energia tale da rendere intere nazioni succubi delle forniture. Con l’avvento della finanziarizzazione delle materie prime tale fenomeno ha raggiunto livelli impensabili solo pochi decenni fa e l’approvvigionamento energetico, i suoi costi, sono ad oggi di fatto in mano alle speculazioni internazionali dei grandi gruppi finanziari, dei grandi fondi di investimento che controllano l’energia e di conseguenza ogni espressione dell’economia. Ripensare questo sistema attraverso l’utilizzo delle rinnovabili significa non solo cambiare modo di produrre, distribuire e consumare energia, ma mettere in discussione nel profondo anche lo stesso architrave su cui quel sistema è stato costruito. Negli ultimi due decenni, ed in particolare gli anni dal 2010 in poi, è maturato nell’opinione pubblica un forte senso di responsabilità climatica di fronte al climate change, sospinto dagli innumerevoli moniti della comunità scientifica e dalla forza degli attivisti. Non si è trattato, come si può pensare, solo di un cambio di paradigma tecnologico, ma anche di un ripensamento politico dell’energia. Insieme alla lotta per il clima, diversi sono i movimenti sociali che hanno spinto per una democratizzazione dell’energia, per cui è stato coniato il concetto di Energy Democracy. Ecco che per sfuggire a questa “dittatura”, mai sostanzialmente contrastata dai governi, si rende necessario pensare e strutturare forme di “resistenza” energetica che conducano a quella che viene definita “Cittadinanza Energetica”.

L’Energy Citizenship (EC) può essere riassunta come l’idea per cui le persone (sostituiamolaparola“cittadino/a”con“persona”inquantoladefinizionedi“cittadino/a”è già restrittiva di per sé perché si riferisce solo a persone con cittadinanza) assumono un ruolo attivo nelle decisioni energetiche, come ad esempio il tipo di energia o il modo in cui viene prodotta. Questi due concetti, interrelati tra loro, si propongono di umanizzare l’energia (humanizing energy), ovvero l’idea di rendere l’energia “umana”, parte di una considerazione più ampia che la vede inserita in un discorso non solo tecnico, ma politico e sociale.

Le Comunità Energetiche hanno dimostrato di poter andare oltre: non sono solo un modo di produrre energia pulita in modo condiviso, ma di pensare un modello diverso della governance umana dell’energia. Possono essere altresì un modo per ridurre le disuguaglianze, distribuendo ad una platea di persone che prima erano escluse dall’approvvigionamento di energia, garantendo condizioni vantaggiose (bollette più basse, sussidi) che vengono create in seno al meccanismo di solidarietà delle CE stesse.

Riconsegnare alle persone la possibilità di essere parte attiva nella produzione dell’energia che serve per il loro sostentamento quotidiano sfuggendo dal cappio dei mercati risulta essere un passo essenziale e vitale. Per uscire dall’impasse del Carbon-lock, la dipendenza dai produttori fossili, non basterà solo produrre energia pulita in quantità, ma servirà anche un ripensamento della politica dell’energia. Un sistema decentralizzato, come quello delle Comunità Energetiche, può essere un primo piccolo, ma importante passo, nel rendere le persone padrone della propria energia. La strada è ancora lunga, ma le tante iniziative in Europa (e non solo) mostrano segnali incoraggianti. Rispondere a questa esigenza, o rimanere “bloccati” nell’attuale sistema energetico è una scelta che spetta noi.

  1. UNA DECLINAZIONE TOSCANA DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA

Per rendere concreta questa riflessione è necessario calarla nella realtà della Toscana, nelle sue differenze sociali, territoriali e produttive. La nostra regione è attraversata da grandi disuguaglianze tra aree urbane e aree interne, tra territori ben serviti e territori marginali, tra famiglie che possono affrontare i costi della transizione e famiglie che ne

subiscono soltanto il peso. Per questo anche in Toscana la questione energetica non può essere affrontata come un tema puramente tecnico, ma come una scelta politica che riguarda giustizia sociale, qualità della vita, tutela del paesaggio e modello di sviluppo.

In questa prospettiva, una prima priorità deve essere la lotta alla povertà energetica attraverso un piano regionale di riqualificazione del patrimonio pubblico e sociale, a partire dall’edilizia residenziale pubblica, dalle scuole e dagli edifici comunali. Ridurre i consumi, migliorare l’efficienza e abbassare i costi per le famiglie e per gli enti locali significa affrontare insieme giustizia sociale e sostenibilità ambientale.

Una seconda priorità riguarda la promozione delle comunità energetiche, soprattutto nei piccoli comuni, nei quartieri popolari e nelle aree interne. Le comunità energetiche possono essere uno strumento importante non solo di produzione da fonti rinnovabili, ma anche di partecipazione democratica, redistribuzione dei benefici e rafforzamento del ruolo delle comunità locali.

Un terzo punto riguarda il governo pubblico della diffusione delle rinnovabili. La Toscana ha un patrimonio paesaggistico, agricolo e storico che deve essere tutelato con attenzione. Per questo occorre privilegiare il riuso di superfici già costruite o compromesse, come tetti, parcheggi, aree industriali e spazi impermeabilizzati, limitando il consumo di suolo e impedendo che la transizione venga guidata soltanto da logiche speculative.

Allo stesso tempo, una politica energetica regionale non può fermarsi alla produzione di energia. Deve investire anche la mobilità, il trasporto pubblico, la connessione tra costa, città e aree interne, e la riduzione della dipendenza dall’auto privata. Anche da questo punto di vista la transizione energetica è una scelta che riguarda l’organizzazione sociale dei territori e non soltanto le fonti di approvvigionamento.

Infine, va affermato con chiarezza che non sarà possibile costruire una transizione ecologicamente sostenibile senza una riduzione dei consumi energetici complessivi. Le fonti rinnovabili sono indispensabili, ma non sono prive di impatto: ogni impianto, ogni infrastruttura, ogni trasformazione del territorio produce effetti sull’ambiente e sul paesaggio. Per questo la sfida non è solo produrre energia in modo diverso, ma anche consumarne meno, eliminando sprechi, aumentando l’efficienza e promuovendo un uso più sobrio e razionale delle risorse. Solo così la transizione potrà essere davvero giusta, democratica e compatibile con i limiti ambientali.

  1. CONCLUSIONI

La discussione è aperta. E’ ampia e dovrà tenere di conto, come in una partita a scacchi, sia delle prossime 10 mosse che delle modalità di spostamento dei pezzi sulla scacchiera. Immaginare di affrontare il tema energia senza parlare di cittadinanza energetica, senza considerare le esigenze del pianeta, senza guardare al patrimonio edilizio, alla mobilità dei territori, ad una sana “austerità” nei consumi, rimettendo cioè uomini e donne al centro della discussione potrebbe essere un approccio parziale con soluzioni solo intertemporali rischiando di portare ogni riflessione fuori dall’obiettivo politico nella sua definizione etimologica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *