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Un Indicatore molto eloquente: da un Post di Alessandro Volpi.

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Dei tanti indicatori che possono servire per scattare “un’istantanea” della condizione di vita dei lavoratori e dei rapporti di forza fra questi e il padronato, Alessandro Volpi si sofferma, in questo articolo, sul Labor Share. La lettura non ci farà scoprire novità inaspettate, ma fornirà l’ennesima conferma di ciò che lo stesso Volpi asserisce nella chiusura del post.
Buona lettura.

La storia economica dell’Italia dell’ultimo mezzo secolo è racchiusa nella silenziosa ma inesorabile ritirata del Labor Share, quell’indicatore che misura quanta parte della ricchezza prodotta dal Paese finisce nelle mani dei lavoratori e delle lavoratrici.

Negli anni Settanta, nel pieno delle conquiste sindacali e sotto la spinta della scala mobile, questa quota raggiunse il suo picco storico sfiorando il 70%, un valore che testimoniava un equilibrio in cui per ogni cento euro di valore aggiunto ben settanta tornavano a chi aveva prestato la propria opera sotto forma di salari e contributi.

Quel modello iniziò a scricchiolare negli anni Ottanta, quando la necessità di combattere l’inflazione e il mutamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro avviarono una discesa che portò la quota a scivolare verso il 60-62%, segnando l’inizio di una stagione di moderazione salariale che non si sarebbe più interrotta.

In pratica, con il neoliberalismo si affermava la narrazione che i salari dovevano pagare il costo delle crisi per salvare il “sistema”. La retorica della responsabilità.

Con l’arrivo degli anni Novanta e l’integrazione nei mercati globali, la pressione competitiva e le riforme del mercato del lavoro hanno ulteriormente eroso questa percentuale, spingendola verso il 55-58% mentre la produttività e i compensi reali iniziavano a scollarsi in modo strutturale.

Il nuovo millennio e le crisi finanziarie del 2008 e del 2011 hanno stabilizzato questo declino su una soglia ancora più bassa, intorno al 53%, trasformando il lavoro in una variabile dipendente dalle esigenze di bilancio e dai dividendi degli azionisti.

Se si osserva il panorama più recente del 2025, il paradosso si fa ancora più evidente: mentre il settore bancario ha celebrato utili record per 47,5 miliardi di euro, la quota del lavoro si è attestata intorno al 44,7% del valore aggiunto totale al netto delle imposte, evidenziando come la ricchezza prodotta tenda a concentrarsi sempre più verso il capitale finanziario piuttosto che verso la remunerazione della forza lavoro.

Questa evoluzione numerica, che dal 70% degli anni Settanta ci ha condotti al 44%, per cui ogni 100 euro di ricchezza creata vanno al lavoro solo 44 e il resto al capitale racconta bene il passaggio da un’economia basata sulla redistribuzione inclusiva a un sistema dove il valore creato dall’automazione e dalla finanza prevale sistematicamente sul lavoro umano, lasciando dietro di sé un crescente impoverimento e la moltiplicazione delle disuguaglianze.

Senza lotta di classe e la rimozione della liturgia della moderazione salariale arriveremo rapidamente a 30 euro e poi a 20, con 80 euro su cento al capitale.

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